DI CHE SEGNO SEI? (1975) 4/10
Succedono alcune cose piuttosto deleterie nel cinema italiano degli anni '70. In primis i grandi nomi del passato o defungono o invecchiano e hanno sempre meno voglia (si salvano poche eccezioni, vedi alla voce Mario Monicelli, ma il declino post-1974 di Dino Risi è esemplare); la televisione comincia a sfornare comici di ottimo livello che vengono subito “catturati” dal cinema (niente di diverso da quello che si fa oggi con Checco Zalone o simili, solo che all'epoca si chiamavano Paolo Villaggio, Renato Pozzetto, Enrico Montesano, e nei primi anni '80 Roberto Benigni, Carlo Verdone, Massimo Troisi); i gusti del pubblico mutano ed i film ad episodi, così belli (ma molto centellinati) negli anni '60 (un capolavoro su tutti: “I mostri”, 1963) diventano nel decennio successivo una noiosissima abitudine che a volte funziona a volte molto meno. Ecco spuntare dunque film come: “Dove vai in vacanza?”; “Io tigro tu tigri egli tigra”; “Questo e quello”; “Culo e camicia” e via discorrendo.
In questo calderone (in cui però non mancano vere e proprie perle, non ad episodi, quali “Amici miei” o quel capodopera assoluto di “Romanzo popolare”) nell'ottobre del 1975 esce “Di che segno sei?”. Lo dirige Sergio Corbucci, 59 anni, regista factotum passato con disinvoltura da Totò a “Django”. Gli episodi sono 4, il film dura una vita: 130'. Fu un successo clamoroso: nell'anno del primo Fantozzi, di “Amici miei”, “Lo squalo” e “Qualcuno volò sul nido del cuculo” fu il settimo incasso italiano (da noi fece più soldi questo film rispetto al secondo Padrino, relegato all'ottavo posto): 4.380.246.090 lire d'incasso, e quasi 7 milioni di biglietti staccati. Una roba che oggi sarebbe primo a mani basse.
Gli episodi si suddividono nei 4 macrocosmi oroscopali (Acqua; Aria; Terra; Fuoco) anche se in realtà è l'unico “aggancio” ai segni zodiacali, perché poi nel film non se ne fa più menzione. Tant'è.
“Acqua”. A Genova, un pilota portuale (Paolo Villaggio, tirato dentro solo per il trionfo televisivo di Fracchia e cinematografico di Fantozzi) crede di essere sul punto di dover cambiare sesso e comincia a preparsi (l'episodio peggiore, 25' di nulla cosmico, mai una risata, ed un Villaggio palesemente svogliato).
“Aria” (è l'episodio più celebre: Adriano Celentano, Mariangela Melato): lei è una ballerina che cerca un partner per una gara di ballo a Ravenna in cui c'è un palio un milione di vecchie lire; lui è un ballerino detto anche Fred Astaire, e quindi cosa fatta (è uno dei tanti successi in cui bastava mettere in cartellone il nome dell'Adriano Nazionale ed il pubblico accorreva in massa, sarà così fino alla seconda metà degli anni '80).
“Terra” Basilio (Renato Pozzetto) fa il pendolare nella nebbiosa Lombardia Bergamasca e tenta di sedurre la moglie del proprio datore di lavoro (episodio eterno, non finisce più, non si ride mai).
“Fuoco”, tecnicamente il migliore, anche se ci vuole molta fantasia a definirlo tale. Il protagonista è Alberto Sordi che riprende il personaggio di Nando Moriconi visto molti anni prima in “Un americano a Roma” (quello sì un grande film). Lo ritroviamo invecchiato di 22 anni, è un vigilante della Security Police e dovrebbe, teoricamente, proteggere un industrialotto della provincia milanese (l'unico motivo di interesse non è vedere Sordi a Milano, c'era già stato, vedi “Il vedovo”, ma Nando Moriconi, così romano fino al midollo, sfrecciare in moto tra Piazza del Duomo e Via Manzoni). Ne combinerà di ogni. Sordi è Sordi, non si discute, è come Totò, anche se il film faceva pietà la loro presenza riusciva a nobilitare il tutto, e qui in effetti sono gli unici 30' in cui (senza troppe pretese) si ride.
Io, che amo follemente la commedia all'italiana degli anni '60 e '70, ho sempre pensato che siano stati film come questi ad ammazzare un certo cinema, senz'altro artiginale ma di assoluta dignità, come il nostro (escludiamo i Fellini, i Visconti, i Leone...). Nel 2014 quel “disgraziato” di Neri Parenti ne fece una sorta di remake, con Boldi, Salemme, Pintus, Belen, Pio e Amedeo, Paolo Fox.