Siamo tutti emigranti. La nostra valigia è piena di memorie, di vecchie foto, di piccoli oggetti senza valore per gli altri, ma preziosi per noi. Noi che siamo stati irlandesi, italiani, tedeschi e ora siamo pakistani, albanesi, ucraini, cinesi. Lo suggeriscono le foto sbiadite di famiglia appiccicate fuori e dentro, un gruppo con violini, barche in un porto, una rissa tra povera gente, un santino, un francobollo con una scritta in gaelico, l’immagine di una grande nave. “Quella” grande nave, fabbricata, guarda un po’, nei cantieri di Belfast. La valigia ha borchie di lato con arpe e trifogli, per ricordarsi sempre da dove è partito il viaggio.
Tra tutte le foto, una. Un gruppo di viaggiatori irlandesi di spalle, sul ponte di una nave. In lontananza, la Statua della Libertà. Gli irlandesi, come gli italiani, fuggirono in massa dai loro paesi per tentare la strada di chi non ha più strade: l’America. Nel 1845 l’Irlanda subì la più grande carestia della sua storia, the Great Famine. Milioni morirono, milioni partirono. Milioni di ombre che, credo, stanno ancora navigando… ma eccone una, che si avvicina.
Ha i denti malridotti, grandi orecchie e un bicchiere in mano, ma ricorda le parole di un sacco di libri e quando canta o scrive non ce n’è per nessuno. Benvenuto a New York City, irlandese.
Nella valigia dell’emigrante, i gioielli di famiglia. Li fai vedere quando sei tra amici, o quando sei troppo ubriaco e tendi a diventare sentimentale. “Ehi tu! Sì, tu con quella camicia da damerino! Senti un po’ questa!” e attacchi “Poor Paddy works on the railway”, dedicata agli irlandesi come te, che lavoravano alla costruzione delle ferrovie americane. “E non hai ancora sentito niente, fottuto yankee!”, sbraiti, continuando a sciorinare meraviglie. Perché ne hai, di meraviglie, vecchio Shane: le tue, come “If I should fall from grace to God”, “A rainy night in Soho”, “Aisling”, “Sick bed of Cuculhainn”, “Lonesome highway” e quelle antiche, che la tua famiglia ha portato con la sua valigia di cartone fino a Londra, e tu porti ora in America. Oggi a New York è San Patrizio, giorno di festa per tutti i "Paddy" sparsi nel mondo, ma non finirai sotto un tavolo come l’anno scorso, perché stavolta sono tutti in piedi per te.
Per il santo si deve cantare qualche brano tradizionale per ballare, è un po’ come a Natale, così lasci andare i tuoi Popes con le gighe strumentali e ti fumi una sigaretta. L’acustica è quella che è, ma non gliene importa niente a nessuno: oggi conta tritare note e divertirsi. Bravi ragazzi i Popes, pensi. Non come quegli altri che avevano fatto il conservatorio, questi son più ruspanti, ma ti accontenti volentieri. Anzi, con loro ci si diverte anche di più. Meno problemi, meno pippe. Tanto, anche quegli altri prima o poi li ritroverai, per una suonata in giro.
Ricominci a cantare, e c’è ancora il tempo per sfottere gli yankee (“Body of an american”), insultare gli inglesi, tracannare whiskey ("Nancy Whiskey", "Streams of whiskey"), commuoversi per un paio di splendidi occhi di fanciulla (“A pair of brown eyes”), tributare un omaggio al grande Hank Williams e al Tristo Mietitore (“Angel of Death”), intonare “The irish rover”, l’inno della tua squadra di calcio preferita.
Quest’anno poi è speciale, c’è l’occasione di entrare nel Guinness (nel Guinness, Shane, non nella Guinness, sei incorreggibile…) dei primati: in Eire hanno rimandato di due mesi la festa per San Patrizio a causa di un’epidemia che ha colpito il bestiame. Andrà a finire che sarai il primo irlandese a suonare due volte per la stessa festa, una a New York e una in Irlanda. Sei diventato leggenda, ormai: lo avresti mai creduto, nel '77?
Così si torna a casa, alla fine, e a Dublino ci sarà anche tua mamma Therese sul palco per cantare con te “Fairytale of New York”. Certo, quante parolacce: proprio questa le fai cantare? Finalmente ho capito perché sei così stonato, Shane: è un dono di famiglia! Ma si è fatto tardi, siete tutti ubriachi, mamma compresa, è l’ora di a Tipperary, dove c’è il tuo pub, e ci sono i tuoi amici. È stato un lungo viaggio, ma ora c’è un po’ di tempo per riposare, prima di cercare un altro ingaggio, forse per cantare, forse per costruire una ferrovia.
Siamo tutti migranti, faremmo bene a ricordarcelo. Anche perché tutti, prima o poi, migreremo altrove. Shane MacGowan, irlandese di Londra, ci rappresenta tutti, e “Across the broad atlantic” è la sua valigia.