Quasi mi irritava la tranquillità, la semplicità, la normalità di Shinya Tsukamoto quando veniva interpellato sul suo "ferroso" lavoro, mi aspettavo un'ecletticità esteriore inevitabile visto il po' po' di roba che tira fuori col primo Tetsuo. E invece, calma piatta...

Non avevo capito che l'estremizzazione a cui assistiamo viene da una condizione giapponese di unici atomizzati nella storia di questa umanità. La linearità orrorifica della pellicola viene dall'aver assorbito per forza da parte dei nipponici le radiazioni dei criminali lanci degli ordigni idrogenati su degli innocenti, per far capitolare l'ultimo cattivone dell'Asse. Missioni di pace (criminali) le chiamano oggi.

E le radiazioni sono rimaste inconsciamente nel DNA del popolo del Sol Levante ed è relativamente normale per loro qualsivoglia mutazione. La maggior parte della popolazione, come un rapimento alieno, rimuove la disperazione di questo stupro radioattivo inaccettabile e continua sulla strada di un'annientamento animico consegnandosi all'alienante progresso.

Invece Tsukamoto ricorda l'abduction atomica e attraverso un lavoro certosino amanuense, sollecitato anche dalle limitatissime risorse economiche, ritesse il percorso "seppuku" giapponese del dopoguerra verso un'indotta efficienza meccanizzata di alta qualità di prodotti disumani. Ci racconta il percorso terribile del suo popolo dal dopo bomba H ai giorni nostri con un tostissimo revisionismo dai clangori apocalittici.

Il film è osceno, sia materialmente che psichicamente, carne e metallo danzano come l'inferno e il paradiso, come il giorno e la notte, come la vita e la morte. Il sangue è nero, le vene filo spinato, l'immobilità scivola ad una velocità assurda.

La disumanizzazione avanza, cerchiamo di aggiustare il trucco ma lo zoppicare col baratro ci travolge. I sentimenti, sotto i nostri occhi, si trasformano in un disperato cercare di aggrapparsi a quel poco di umano che rimane dentro di noi.

Ma la durezza del metallo indurisce i nostri cuori e ci trasporta in un inferno che noi crediamo la vita, dove noi cadiamo nella trappola di sentire questa trasformazione necessaria. E un "Dio lo vuole" ad una rincorsa di ingannevoli progressioni tecnologiche, ci vende l'anima al diavolo con inserti esterni che dovrebbero migliorarci, ma che in verità ci aiutano per la discesa con le loro cancrene ossidate.

Il tetano regna sovrano e infettando il fuori e il dentro cadenza la nostra dannazione nel delirio d'onnipotenza estremo: sostituirsi a Dio. Da qui la confusione di sostituire le fibre biologiche con leghe metalliche che illudono ad un'immortalità effimera e creano un buco nero di ridicoli trionfi, dove l'amore è scambiato con la violenza.

Il monolite che scaturisce da quest'accoppiata, talmente è pregno di nichilismo, crea l'illusione mortifera di una fusione di elementi non compatibili tra loro, un miraggio catastrofico per la nostra crescita trascendente dove al posto di dirigersi verso una morte evolutiva dei corpi sottili, imbocca un cul de sac che finisce in annichilimento di delirî di conquiste.

Il tutto è cadenzato dalla colonna sonora di Chi Ishikawa che ci lascia senza parole talmente scava dentro di noi come una fresa impazzita con i suoi "rumori" no return.

I vermi di putrefazione sono la base di questi altari fatiscenti, non si può più tornare indietro dalla distruzione. E disintegrazione sia: GAME OVER!

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