Vi sono opere che trascendono la mera contingenza storica per assurgere a monumenti permanenti del pensiero umano. Vi sono poi opere che, a prima vista, parrebbero confinate nell'effimero, nel grottesco, nel volutamente sbracato — e che tuttavia, a un esame più attento, rivelano una stratificazione di significati tale da far tremare le ginocchia ai più avveduti critici. Kinotto, terzo album degli Skiantos di Bologna, pubblicato nel settembre del 1979 per la compianta etichetta Cramps Records e oggi finalmente restituito al pubblico meritante dalla lungimirante Latlantide in edizione digipack, appartiene senza ombra di dubbio alla seconda categoria — anzi, con il passare dei decenni, mi chiedo se non appartenga a entrambe.
Permettetemi di dirlo con la franchezza che contraddistingue chi ha frequentato i migliori salotti del Quartiere Latino e i più selezionati convegni di semiotica: questo è il miglior disco rock italiano mai inciso. Tecnicamente, stilisticamente, strutturalmente. Punto.
Roberto "Freak" Antoni, animatore spirituale dell'ensemble, è figura che non esito a collocare nella medesima costellazione simbolica di Villon, di Jarry, di quel Céline che tanto scomoda i benpensanti. C'è in lui la stessa aristocratica consapevolezza del proprio genio, la stessa ostentata ripugnanza verso ogni forma di compiacenza verso il pubblico borghese — quel pubblico che, naturalmente, finisce sempre per capitolare. Il rock demenziale, etichetta con cui la critica miope ha tentato di arginare l'incontenibile flusso creativo skiantiano, è in realtà una categoria del sublime. Il demenziale, qui, è Ragione che si traveste da Follia per poter dire la Verità senza essere arrestata.
Sul piano strettamente musicale — e mi soffermerò qui con la cura che la materia merita — Kinotto è un trattato. La chitarra di Fabio "Dandy Bestia" Testoni, registrata agli Stone Castle Studios nell'agosto del 1979, possiede una tensione ritmica che evoca al contempo la cruda urgenza del punk britannico e una precisione quasi artigianale, bolognese nel senso più nobile del termine: come un portico, tiene tutto insieme con grazia strutturale. La sezione ritmica è implacabile, meccanica con sapienza, nel solco di quella new wave che in quel preciso momento storico stava ridisegnando i confini del possibile sonoro europeo. Il suono del disco è — e uso il termine con cognizione di causa — perfetto. Grezzo nella misura esatta in cui deve esserlo; levigato dove la levigatura serve. Non un decibel fuori posto.
L'apertura con Freezer, con quella voce robotica nel ritornello che anticipa di anni certe soluzioni elettroniche dei Devo e dei primi Simple Minds, è già un manifesto estetico. Seguono Gelati — in cui una chitarra stranamente soffice lascia respirare il testo con una delicatezza quasi cameristica — e il deflagrante Il rock ti dà lo shock, rock and roll di scuola americana rielaborato con quella ironia feroce che è cifra inconfondibile del gruppo. Ogni brano è un piccolo mondo compiuto, una forma-canzone portata alla sua essenza più pura e poi, con chirurgica consapevolezza, leggermente — appena appena — deragliata.
I testi, poi. I testi.
Qui occorre la penna più delicata, il tocco più calibrato. Sfioriamo argomenti che, in bocca ad autori meno dotati, sarebbero rimasti pura scurrilità. In bocca ad Antoni — e ai suoi sodali, in primo luogo il compianto Jimmy Bellafronte, la cui voce è un evento geologico — diventano qualcosa d'altro: gemme incastonate nel bastone da passeggio di un vieux poète maudit bolognese. Si canta del chinotto come bevanda quasi sacra, e vi è in quelle rime una devozione che Baudelaire avrebbe riconosciuto come fraterna. Si canta di certi ghiaccioli con una nostalgia che è, in fondo, nostalgia dell'infanzia, del corpo, del tempo che passa — temi su cui Proust ha scritto sette volumi e gli Skiantos tre minuti e quaranta secondi, con pari efficacia. Si canta dell'amore — e Tu sei bellissima, con il suo pianoforte sullo sfondo, è una delle più riuscite canzoni d'amore del rock italiano, accanto a ben più osannati colleghi che però non possedevano, diciamolo, questa irresistibile autoironia salvifica.
Vi sono momenti — Non ti sopporto più, Ti rullo di cartoni, il magnifico catalogo di Kakkole — in cui la lingua italiana viene trattata come argilla viva, plasmata, percossa, tirata alle estreme conseguenze espressive. C'è una violenza linguistica che è, in realtà, amore profondissimo per la lingua stessa: solo chi ama visceralmente uno strumento sa come romperlo in modo che suoni ancora meglio. È la stessa lezione di Gadda. È la stessa lezione di Belli. Gli Skiantos, credo, non hanno mai letto né Gadda né Belli — e questo, paradossalmente, li rende più autentici di chiunque li avesse letti.
Mi piaccion le sbarbine, con la sua chitarra in sordina e la sua dichiarazione di poetica amorosa così ostentatamente plebea, è il manifesto del prank-rock italiano — un genere che l'Italia ha inventato, praticato al massimo livello con questo disco, e poi stranamente dimenticato, salvo il necessario recupero operato da Elio e Le Storie Tese negli anni Novanta, eredi confessi e devoti.
La ristampa Latlantide aggiunge tracce live di pregio — Se mi ami amami, registrata al Caseificio F.lli Bonazzi (e già il solo nome della venue è una dichiarazione poetica che nessun Festival di Cannes potrebbe eguagliare) — nonché provini inediti che testimoniano il rigore del processo compositivo, la cura artigianale che presiedeva a questi lavori apparentemente improvvisati. Nulla era improvvisato. Tutto era costruito con la precisione di un orologiaio svizzero che, finito il lavoro, lanciasse l'orologio contro il muro per vedere che suono faceva.
Kinotto è entrato alla posizione sessantasei nella classifica dei cento dischi italiani più belli di sempre secondo Rolling Stone Italia. Sessantasei. Con tutto il rispetto per le sessantacinque posizioni che lo precedono — molte delle quali occupate da ottimi lavori — c'è qualcosa di profondamente sbagliato in questo dato. Qualcosa che rivela i limiti di ogni classifica, di ogni tentativo di ordinare gerarchicamente ciò che per sua natura è inordinabile.
Questo disco non sta al sessantaseiesimo posto. Questo disco sta al primo. Sta lì da solo, con la sua lattina di chinotto in mano, il ciuffo impomatato, la risata in faccia a tutto il resto.
Lo dico da persona che ha ascoltato questo album per la prima volta in una casa editrice milanese, servita da un cameriere con il vassoio d'argento, mentre fuori nevicava. Non so se ci fosse davvero la neve. Ma nella memoria, c'è sempre la neve.
"Mi Piaccion Le Sbarbine è il manifesto del rock-demenziale targato Italia."
"Un disco molto originale che presenta un gruppo capace di adattarsi ai tempi senza perdere la profondademenzialità."