A volte non capisco perchè certa stampa specializzata perda tanto tempo e inchiostro a incensare gruppi, presentati regolarmente come "profeti del rock" che di fenomenale hanno poco o niente. Lo stesso ultimo disco dei Coldplay, osannato quasi all'unanimità, non è che fosse tutta questa gran cosa. Gli Snow Patrol, band composta da quattro ragazzi nordirlandesi conosciutisi in Scozia all'università di Dundee, hanno dovuto sbattersi parecchio per ottenere quella visibilità che solo nel 2003, con il loro terzo disco "Final Straw", hanno ottenuto in Gran Bretagna.
Precedentemente erano stati pubblicati altri due album su etichetta Jeepster (la stessa dei Belle & Sebastian e, se non sbaglio, degli Arab Strap), ossia i poco fortunati "Songs For Polar Bears" (1998), e "When It's All Over We Still Have To Clear Up" (2001): questo "Final Straw" è quindi il disco che li ha rivelati al pubblico inglese, tant'è che a un anno dalla pubblicazione, staziona ancora nella top 20 delle classifiche britanniche.
La miscela segreta proposta da questa promettente formazione è un guitar rock ammiccante a certe sonorità tipiche delle band americane (come ad esempio i Dishwalla) ma con quella attitudine tipicamente britannica nel ricercare melodie accattivanti senza per questo "svendersi" a facili compromessi. In effetti il disco, forte di un singolo come "Run" (una power ballad epica, maestosa e paradossalmente "dimessa", che ricorda vagamente la "Yellow" dei Coldplay), sembra prendere una piega inaspettata rispetto alla canzone che ne fa da traino: ci si aspetterebbe un album di ballate acustico/elettriche, visto l'eccellente risultato ottenuto appunto da "Run", dove il suono delle chitarre sembra cascare come una pioggia di fuoco. E invece, escludendo l'iniziale "How To Be Dead", una delicata (ma straniata e spezzettata) ballata à la Dave Matthews, le prime tracce sono tutte tirate e di brevissima durata (superano a malapena i tre minuti, e a volte neanche quelli), forti e immediate ma non particolarmente memorabili. Spiccano però gli altri due singoli estratti, "Spitting Games", con un ritornello che ricorda in modo impressionante i My Bloody Valentine di "Loveless", e "Chocolate", in cui emerge prepotentemente la vena pop del quartetto. Da questi due brani, senza contare "Run", si può pensare che l'evoluzione della band sia ancora in una fase di progresso, come se in realtà le cose migliori siano ancora destinate a venire. Di sicuro per qualche aspetto gli Snow Patrol devono ancora perfezionarsi, a partire dalla voce del singer Gary Lightbody che quasi mai osa rinunciare ai toni bassi e/o pseudo-sussurrati, nemmeno nei brani in cui le chitarre mordono.
I testi riguardano per lo più le vicende personali del cantante, e in qualche caso si avventurano in temi sociali, ma niente che non sia già stato scritto o che non risulti piuttosto prevedibile: da questo punto di vista, hanno ancora qualcosa da imparare dai loro compagni di etichetta, certamente molto più "eccentrici" in fatto di liriche. Ciò non toglie che in ogni caso il disco sia molto gradevole e interessante, sia nei momenti in cui la band prende il fiato e ricerca l'emozione intimista ("Grazed Knees", notturna e solitaria, la conclusiva "Same", classica ballata in 3/4 anch'essa ispirata ai primi Coldplay e persino ai Pink Floyd), sia quando accellera il ritmo e picchia sugli strumenti ("Tiny Little Fractures" con un andamento glam rock retto da un classico riff stile T.Rex, e la burrascosa "Wow" che parte con un beat accompagnato dall'acustica per poi esplodere nel refrain).
In definitiva, una band che sta crescendo e può tirare fuori cose ancora più pregevoli: stiamo ad aspettarli.
"Dopo i 40 minuti di durata del disco bellamente buttati nel cesso, non mi sono risposto alla domanda... di perchè ‘Final Straw’ sia rivelazione dell’anno."
"Non fidatevi dei settimanali musicali britannici! Per un disco davvero buono che vi consigliano, vi prendono per il culo su altri dieci."