Copertina di Social Distortion Mainliner
Pinhead

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Per appassionati di punk, fan di social distortion, cultori della scena hardcore anni '80, ascoltatori di musica alternativa e rock storico
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LA RECENSIONE

Nel 1983 i Social Distortion se ne uscivano con «Mommy’s Little Monster».

Quel disco venne fuori quando la natia Orange County era travolta dalla furia hardcore, e quelli erano tempi in cui l’hardcore davvero non faceva prigionieri, nemmeno i reduci punk.

Anzi, l’hardcore si faceva forte del declino della filosofia punk, qualcosa tipo “la tua morte per la mia vita”.

Per dire che Ness, Danell, Liles e O’Brien non trovarono distese di terreno fertile da coltivare, tanto che il seguente «Prison Bound» si fece attendere svariati anni, pure se è vero che l’attesa dipese in massima parte dalle personali vicissitudini di Ness.

È vero pure che i Social Distortion non diedero mai, allora come ora, eccessivo peso al rituale appuntamento col disco nuovo da spedire negli scaffali e che, quando andò bene, si attesero “solo” due anni tra un’uscita e l’altra, quelli trascorsi tra «Prison Bound» e l’omonimo terzo e poi tra quello e «Somewhere Between Heaven and Hell».

Ma niente mi toglie dalla testa che è meglio sia andata così, che i Social Distortion siano ricomparsi in scena quando pure ad Orange County i bollenti ardori hardcore erano in buona parte sbollentati.

In quei cinque anni passati sotto silenzio, intanto, «Mommy’s Little Monster» era entrato in circolo a pochi ma buoni, quelli che accolsero il seguito della storia come il ritorno del Salvatore, perché un conto è ritrovarsi tra le mani «Punks Not Dead» degli Exploited, un altro ritrovarsi sottopelle «Mommy’s Little Monster».

Quel disco li consegnò alla storia del punk, i Social Distortion, pure a prescindere dal tanto di buono che seppero fare poi.

E però sono tra quelli – pochi o tanti, non so dire – disposti a mettere entrambe le mani nel fuoco che alla storia ci sarebbero passati uguale, anche se non avessero mai scritto, cantato e suonato le canzoni di «Mommy’s Little Monster».

Perché prima vennero un pugno di canzoni altrettanto imprescindibili, che nel 1995 finirono raccolte in «Mainliner», canzoni come droghe pesanti iniettate per intravenosa, anche queste destinate a finire sottopelle e restarci in eterno.

Dieci pezzi in tutto.

«Moral Threat» e «All the Answers» erano già note per stare dentro «Mommy’s Little Monster», ma conoscerle di già non sminuiva in alcun modo la passione di ascoltarle ancora ed ancora.

E poi, questa “nuova” «Moral Threat» dimezzata nel minutaggio e tanto più grezza era davvero una sensazione nuova.

Stessa cosa per «Justice for All» che, invece, fece la sua comparsa in «Prison Bound» col titolo modificato di «It’s the Law»; anzi no, qui è davvero un pezzo diverso, tirato fino allo spasimo ma con una vena melodica e pure classica in bella evidenza, quella che fin dai primordi fu caratteristica distintiva dei Social Distortion prima e, poi, di buona parte della scena punk californiana.

Poi, il resto erano tutti brani mai sentiti prima, almeno da queste parti, perché figurati chi conosceva singoli e b-sides semiclandestini che i Social Distortion avevano inciso quando «Mommy’s Little Monster» era ancora un miraggio.

E qui andava a finire che pure la tempra più coriacea del punk più coriaceo fosse messa a durissima prova, figurarsi io che punk non lo sono mai stato, non per tempra, tanto meno per attitudine, al massimo per affinità.

Perché «1945» e «Playpen», «Mass Hysteria» e quell’esplosiva «Under My Thumb» che frantumava in ciottoli pure le pietre rotolanti, non davano scampo e, se ai tempi avessero avuto la meritata visibilità, i fanatici dell’hardcore montante non avrebbero impunemente spadroneggiato ad Orange County.

Per non dire di «Mainliner», di gran lunga il migliore tra i pezzi che Strummer e Jones avrebbero voluto scrivere, senza peraltro mai riuscirci.

E allora sì, ci metto entrambe le mani nel fuoco che i Social Distortion sarebbero passati alla storia anche se «Mommy’s Little Monster» non l’avessero mai inciso.

Bastavano ed avanzavano questi venti minuti scarsi.

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Riassunto del Bot

La recensione celebra l'album Mainliner come un concentrato di 20 minuti di punk hardcore puro e passionale, con brani inediti e versioni più crude di pezzi celebri. Viene sottolineato il ruolo storico di Social Distortion e la loro capacità di emergere in una scena punk alle prese con l'ascesa dell'hardcore. L'autore si dichiara personalmente rapito dalla potenza di queste tracce seminali.

Tracce testi video

Social Distortion

Band punk rock di Fullerton (Orange County) fondata nel 1978 e guidata da Mike Ness. Dall’hardcore/punk degli esordi hanno intrecciato country, blues e rockabilly, firmando brani celebri come Story of My Life, Ball and Chain e I Was Wrong. Lo storico chitarrista Dennis Danell è scomparso nel 2000.
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