Credo che si possa a buon diritto dire che In Flames e Soilwork (ed in parte i The Hunted come costola dei seminali At The Gates di "Slaughter of soul") abbiano creato, alcuni anni addietro ormai, un trend davvero proficuo, non solo per vendite commerciale ma anche come ventata di aria nuova e di originalità almeno d'intenti. Poi il mercato si è completamente inflazionato è oggidì escono miriade di Lp fotocopia di "Natural Born Chaos" o "Reroute to Remain" e comunque in genere di metalcore dichiaratamente influenzato dalla scena swedish (vedasi i comunque ottimi e potenti Killswitch Engage e i sopravalutati Caliban)
Ma l'ascoltatore che si vuole accostare per il primo ascolto cosa troverà? Bene, del death metal di marca svedese molto poco, giusto la tipologia di suono chitarra e basso (quindi un po' nasale sulle ritmiche ma maideniano nel solo), molta melodia nu metal di chiaro stampo americano, un cantato molto panteriano (anche se ad oner del vero rispetto al Phil Anselmo di "Vulgar..." c'è meno rabbia e più ricerca del ritornello cool e cacthy) e poi tanta base classicamente thrash bay area (soprattutto molto Testament e molto Exodus).
Detto questo, il nuovo album dei Soilwork "Sworn to a great divide" credo si possa dire che non si discosta moltissimo da quanto detto sopra e tanto meno dal precedente "Stabbing the drama", ma pur rimanendo fedele alla loro linea compositiva, concede qualcosa al rinnovamento. Innanzittuo il chitarrista e compositore principe Peter Wichers non è più della partita e l'effetto è stato il recupero, anche se solo in piccole dosi, di riff più pertinenti al death come ad esempio in "The Pittsburgh sindrome", song davvero tirata, "As the sleeper awakes" (un piccolo ritorno alle origini) e nella title track, di cui parlerò più oltre.
In secondo luogo si è addirittura accentuata la volontà di ricercare il refrain ad effetto, il chorus che ti si stampa in mente subito dopo averlo sentito anche una sola volta: è questo il caso del primo singolo "Exile", (song che non presenta nessun punto debole, ottima per consistenza e melodia), ma anche nelle conclusive "Sick heart river" (molto bella ed emozionale, si sente persino qualche richiamo ai Katatonia di "The great cold....." ), "20 more miles" e perfino nella bonus track "Martyr".
Ottime anche le panteriane e thrashy "Breeding Thorns" e "I Vermin", dove l'alternarsi tra potenza/velocità e melodia emo (ed in questo il buon Bjorn "Speed" Strid singer della band non ha eguali, confermandosi molto bravo nell'alternare screams vocals e partiture molto più ruffiane) trova un equilibrio che manca a molti competitors del genere.
Trovo solo due punti deboli nell'arco dell'intero disco: l'opener e title track "Sworn to a great divide" (l'unico che presenti pochi secondi di beatblast di memoria death) mi appare come il pezzo più debole dell'album, non presenta particolari punti di merito o demerito, è semplicemente mediocre. Il secondo punto è nella produzione: sicuramente la voce risalta per limpidezza e presenza, la batteria è sempre perfettamente distinta ed udibile, ma dannazione, le chitarre ritmiche hanno un suono inferiore per potenza e pienezza rispetto a quelle apprezzate sul precedente "Stabbing the drama". Non vorrei che la cosa fosse intenzionale per rendersi ancora meno indigesti ad un pubblico più vasto (????!!!!!).
In definitiva, ci troviamo di fronte ad un disco fatto per passione ma anche con una grande attenzione alla ricerca del successo commerciale (il che non ha sempre connotati negativi ed iscarioti), come più volte ha espresso a chiare lettere anche il leader "Speed" Strid nelle ultime interviste pubblicate sulla stampa delle riviste specializzate. Stiamo a vedere se l'obbiettivo sarà raggiunto.