Copertina di Spock's Beard The Archaeoptimist
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Per fan del progressive rock, appassionati di spock's beard, amanti di musica tecnica e suite elaborate, ascoltatori di rock anni '90-2000.
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LA RECENSIONE

Il progetto parallelo Pattern-Seeking Animals con il suo prog moderno, melodico e ispiratissimo mi aveva quasi fatto dimenticare gli Spock’s Beard, sembrava che di fronte a tanto splendore compositivo il ritorno della band madre fosse quasi superfluo, mi chiedevo se davvero fosse necessario il ritorno degli Spock’s Beard, una band che aveva praticamente già dato tutto. Ma la nostalgia è sempre forte, si tratta pur sempre di una delle prime band di progressive rock che ho davvero amato, sono nelle mie corde da ormai 18 anni e mi hanno accompagnato nel periodo pre e post maturità. Alla fine sì, si sentiva di nuovo il bisogno degli Spock’s Beard.

Li avevamo lasciati nel 2018 con “Noise Floor”, bellissimo disco dalla forte impostazione melodica che in un certo senso era una significativa avvisaglia di quello che sarebbe stato poi il side-project a venire, lì c’era proprio il seme di quello che sarebbero stati i Pattern-Seeking Animals. Erano ancora senza un batterista in seguito all’abbandono di Jimmy Keegan (poi ritrovato proprio nel nuovo progetto), con lo storico Nick D’Virgilio che aveva accettato di suonare nel disco come turnista senza però tornare nella band. Ora però hanno finalmente trovato un sostituto all’altezza, Nick Potters è un mostro e offre un drumming virtuoso e sorprendente, il nuovo disco offre parti di batteria davvero stratosferiche; verrebbe da dire che gli Spock’s Beard non si sono mai accontentati di avere un batterista qualsiasi, se non sei un asso alle pelli in questa band non ci entri.

Il ritorno degli Spock’s Beard avviene tuttavia nella maniera più classica possibile, come se fossero entrati in studio nella piena consapevolezza di dover rendere onore alle loro radici, sembra che si siano ricordati di essere una delle band di spicco degli anni ‘90 e 2000, di aver avuto un certo peso nella rinascita progressiva durante quel periodo storico. “The Archaeoptimist”, quattordicesimo album della band, è il più classico e tradizionalmente prog addirittura dai tempi di “Snow”. E lo si intuisce già dalla sua composizione: 6 brani di durata perlopiù lunga, caratterizzati da un più o meno evidente dinamismo strumentale e ritmico, nella piena tradizione prog. Non che questa formula significhi automaticamente trovarsi di fronte ad un disco “classic prog” - dato che è stata adottata anche dai gruppi più attualizzati e spesso anche non prog (pensiamo ai gruppi post-rock) - ma se volevano dare un’impronta tradizionale lo hanno fatto anche nella forma.

Tutto questo potrebbe essere visto come un preludio ad un lavoro inutile e risentito, ma è bene non lasciarsi guidare dal pregiudizio, anche un disco classicissimo può suonare assai fresco e vitale. E “The Archaeoptimist” suona alla grande, è dotato di una vitalità incredibile, le composizioni scorrono assai fluide e disinvolte, tutte le soluzioni si susseguono e si incastrano con naturalezza, nessuna forzatura. Le individualità fanno la loro parte, abbiamo già menzionato il poliedrico lavoro di batteria, il vincitore però è decisamente il tastierista Ryo Okumoto; il giapponese è in gran spolvero, è davvero vivissimo, i suoi assoli sono i più carichi, gonfi e spregiudicati che mai, che siano di organo, di sintetizzatore o di pianoforte, il suo virtuosismo è il grande protagonista e senza di lui forse l’album avrebbe meno vigore.

Menzione d’onore per la suite che dà il titolo all’album. Perché è una suite come si deve e non una serie di idee casuali buttate dentro in un calderone allungato che tenta di essere epico. Ai giorni d’oggi tante sono le suite che paiono incompiute e non sviluppate a dovere, ma non è il caso di questa. Ha movimenti ben distinguibili e distinti l’uno dall’altro, ognuno con il suo mood, tutti che si incastrano l’uno nell’altro in maniera naturale, il passaggio avviene in modo spontaneo. Tante volte dico che non esistono più le belle epics di un tempo, le varie “2112”, “Close to the Edge”, “A Change of Seasons”; probabilmente nemmeno questa avrà quell’epicità, ma ha una struttura più o meno degna di una suite.

Se dovessimo individuare una pecca in quest’album probabilmente la troviamo nell’aspetto melodico. Questi appare non ben sviluppato, la melodia non è granché forte come lo era in passato, è una melodia assai troppo “normale”, una melodia che si fa certo più evidente con il racimolare degli ascolti ma non è mai davvero struggente. Ad aggravare tale mancanza è il fatto di avere un cantante come Ted Leonard, come anche il fatto che l’aspetto melodico aveva un ruolo centrale nell’album precedente. Questa componente torna però ad essere forte nell’ultima traccia “Next Step”, che a tratti ricorda davvero i migliori Genesis.

In conclusione… Non è magari il disco più atteso del secolo, forse non era un’uscita indispensabile… ma resta un disco prog-rock come si deve, fa sempre piacere ascoltare un disco così vivo!

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Riassunto del Bot

La recensione sottolinea il ritorno degli Spock's Beard con 'The Archaeoptimist', album classico e vitale, ricco di virtuosismi e riferimenti alla tradizione prog. Nonostante qualche debolezza melodica rispetto al passato, il disco convince grazie a una suite ben strutturata e performance strumentali di alto livello. Un lavoro che piacerà ai fan e agli appassionati del genere.

Tracce

01   Invisible (06:33)

02   Electric Monk (06:16)

03   Afourthoughts (07:31)

04   St. Jerome In The Wilderness (08:46)

05   The Archaeoptimist (20:57)

06   Next Step (10:58)

Spock's Beard

Spock’s Beard è una band progressive rock statunitense fondata nei primi anni ’90 dai fratelli Neal e Alan Morse. Nota per il prog sinfonico e le suite (The Light, V) e per il concept doppio Snow, ha proseguito dopo l’uscita di Neal Morse (2002) con Nick D’Virgilio e poi con Ted Leonard alla voce, pubblicando tra gli altri X, Brief Nocturnes and Dreamless Sleep, The Oblivion Particle e Noise Floor.
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