Residui escrementizi oltraggiano le nari come il fetore esalato da cloache a cielo aperto, microscopiche porosità rossastre rinviano all'immane solitudine di crateri marziani. Mansueti acari bianchi pietrificano l'istante al pari di mostri mesozoici affetti d'albinismo.

In effetti un muro osservato ad un palmo di naso non chiude la via né separa da alcunché. Al contrario: scardina porte, spalanca finestre. L'improbabile si manifesta con la semplicità del quotidiano.

Certo il muro dev'essere quello giusto e lo sguardo non può avere le sorde rifrazioni o i limitati intendimenti del primo cicisbeo che passi per strada.

Per chi è solito navigare negli oceani dell'elettronica psichica, dell'elettroacustica carnale o della musique concrète sghemba i nomi di Rutger Zuydervelt (aka Machinefabriek) e di Steve Roden non possono che risuonare nella memoria con quella riverente fanfara tributata a capitani di ventura ammantati di un certo prestigio.

Pescare nelle loro sterminate discografie ha sempre un non so che di conturbante. Prescindendo dalla più o meno riuscita di ogni singolo disco, trovo nei due una certa propensione e tensione al Mistero: compongono tasselli, mai meri esercizi.

"Lichtung" è il tentativo dei Nostri di cimentarsi nell'arte dello zoom; un tortuoso eppur fluido dissotterramento di un tesoro abitualmente nascosto tra le pieghe del sound ma che qui è invece messo in primo piano: il field recording.

Il tocco di provetti alchimisti che mutano il contrappunto in voce narrante, il coro dei tebani in Edipo, la crepa di un muro in un mondo di cui il muro è il suo satellite. La sua luna.

Dividendosi equamente il numero dei pezzi Steve Roden e Machinefabriek danno vita ad una varietà episodica piuttosto spiccata, ma senza che l'unità d'azione sia mai messa a repentaglio.

C'è sempre un'intima coerenza e concatenazione tesa a sviluppare il famoso aforisma basagliano: "visto da vicino, nessuno è normale".

Roden secerne un mood decisamente più circolare. Le sue registrazioni da campo processate (ma non snaturate) al computer fioccano come efflorescenze fungiformi su tappeti elettronici compatti e regolari.

Il limpido clangore di sgocciolamenti sotterranei, le porzioni di neve sfarinate dal tallone di droni crepuscolari, il pigolio sommesso di uccelli cullati dalle timide armonie di una cetra. Il potere lenitivo di cicli naturali che rimanda (per contrasto) a quella famigerata coazione a ripetere che tanta parte ha nell'autosabotaggio umano.

Machinefabriek sonda il pathos, il dramma incombente, la suggestione del sinistro.

Un violoncello che smania e sfuma negli spazi siderali di una cava di ghiaccio, un violino che come Ofelia narra le sue angustie al vento impetuoso prima di gettarsi nel fiume. Il pulviscolo elettronico sollevato da assi calpestate da stivali chiodati.

Un disco ambient di grana spessa, intuizioni avventizie su tenui bagliori dronici, l'universo di un muro frazionato in field recording.

L'arte dello zoom per affermare: "sentito da vicino, tutto è mondo".

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