Copertina di Steven S. DeKnight Pacific Rim - La rivolta
joe strummer

• Voto:

Per appassionati di fantascienza, fan di pacific rim e mecha, spettatori critici di sequel cinematografici
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LA RECENSIONE

Che questo nuovo film di mecha e kaiju sarebbe stato pessimo lo si capiva già dai primi secondi del trailer. Sorprende che la parte iniziale sia quasi dignitosa, prima di lasciar spazio a uno sbrodolamento tra i peggiori e più gratuiti mai visti nella storia del cinema di fantascienza spettacolare e distruttiva. Un giochino di robottoni alti come palazzi che saltano come ranocchi e tirano giù grattacieli come fossero scatole di carta pesta. Una serie di adolescenti insignificanti, altrettanti jaeger che non spostano di una virgola la fascinazione della visione di del Toro, anzi, la impoveriscono e “profanano”.

Perché, inutile negarlo, la questione cruciale sta nel passaggio di redini da un bravo, bravissimo, regista come Guillermo a un esordiente come DeKnight. Tutti gli sforzi di inserire spunti freschi (si fa per dire) e plot twist divertenti (qualcosa di buono c'è) si infrangono contro una regia e una messa in scena che al momento decisivo sbroccano, cedono all'orgasmo facile, dozzinale, tagliato giù spesso. Eppure qualche inquadratura sembra convincere, inizialmente. Ma è una sensazione fallace. A maggior ragione, ci si ricorda vividamente della bellezza dell'impostazione del primo film: giganti di metallo potenti quanto lenti e goffi, faticosi da spostare e da guidare, sempre in condizioni avverse, nella notte, nell'oceano, con la tempesta. Ogni passo era un'impresa, per i piloti e per gli spettatori. Qui vediamo una squadra di adolescenti buttati in battaglia che corrono continuamente dentro le teste di robot che ormai fanno le spaccate sui palazzi. Si scade nel ridicolo e i protagonisti sembrano sempre sul tapis roulant.

In alcuni passaggi ho pensato ad alcuni elementi di Neon Genesis Evangelion (modalità berserk), ma quel filone di trama s'è ben presto spento, per tornare all'impostazione classica, gravata dalla mancanza di pathos e atmosfera, oltre che da strategie ben più grossolane di quelle già non freschissime del primo capitolo. La questione degli jeager-droni è appena abbozzata e non produce uno spunto di riflessione degno di questo nome. Ma l'errore più grave è quello di cambiare tutti i protagonisti e dover quindi ripetere diverse dinamiche già viste: la stretta di mano neurale, i rapporti padre-figlio, il rifiuto di combattere, l'addestramento. Tutto già visto e qui ripetuto in malo modo. Si salva giusto il cattivo, che ha breve spazio e lascia sul campo un tot di elementi non chiari rispetto ai quali è meglio non cercare approfondimenti.

Non da sottovalutare l'influenza cinese sul film: la Legendary ha gli occhi a mandorla da qualche anno e la presenza di diversi protagonisti asiatici non è certamente casuale. L'uomo occidentale qui è un comprimario, uno che arriva dopo. Al di là di questi dettagli che possono influire solo sul lato commerciale dell'operazione, credo che la forza di del Toro fosse soprattutto nella capacità di fondere elementi orientali a una sensibilità noir e apocalittica che aveva tanto di occidentale. Vanno bene i robot, i mostri e le battaglie, ma non bisogna rischiare di diventare un fumettone, pur con tutto il rispetto per i fumetti. Invece qui si sente forte e chiaro il messaggio : "I civili sono in salvo", come per dire: "Ok, spaccate tutto". Ma così che gusto c'è?

4/10

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Riassunto del Bot

Il sequel di Pacific Rim, diretto da Steven S. DeKnight, delude ampiamente rispetto all'originale firmato Guillermo del Toro. La regia e la sceneggiatura risultano approssimative, con personaggi poco incisivi e battaglie che volgono al ridicolo. L'atmosfera apocalittica e noir del primo capitolo si perde in un film superficiale e stereotipato. Tuttavia, si intravedono sporadici spunti interessanti che non riescono a risollevare l'opera.

Steven S. DeKnight

Steven S. DeKnight è un regista, sceneggiatore e produttore televisivo e cinematografico americano, noto per aver diretto Pacific Rim: Uprising e per il suo coinvolgimento nella serie televisiva Spartacus: Blood and Sand.
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