Terzo capitolo di una delle saghe cinematografiche più fortunate, e più famose, di ogni tempo. E' il preferito dal suo autore: sono gusti. Certo è, che tolto l'insuperabile capostipite dei 5 è il migliore (gli ultimi due facciamo finta che non esistano, per carità).
Esce nel 1989, e Spielberg invaderà i cinema di mezzo mondo con due film: questo, e "Always", uno dei suoi flop più rumorosi. L'idea di un terzo capitolo nasce dall'esigenza di rispondere alle critiche, alcune peraltro sacrosante, che subissarono l'uscita del secondo capitolo, "Indiana Jones e il tempio maledetto". Puo' essere che nei ricordi di noi 40enni cresciuti negli anni '90 quel film susciti ancora nostalgia e divertimento: rivedendolo oggi è un film molto poco divertente, inutilmente pasticciato, con alcune belle sequenze d'azione e poco altro e, su questo pochi dubbi, di tre spanne (per stare larghi) sotto al primo. A Spielberg dunque viene un'idea: perchè non affiancare a Indy un altro Indy più retrò, Il padre di Indy, why not? La scelta inizialmente ricade su Gregory Peck, che gentilmente rifiuta. Poi tocca a Sean Connery, il quale, inizialemente, rifiuta pure lui. Letta la sceneggiatura (a firma Jeffrey Boam, che aveva già lavorato con Joe Dante e Cronenberg) si convince, e, insieme al regista, costruisce piano piano il personaggio che è una sorta di James Bond (e chi altrimenti?) calato nel mondo di Indiana Jones. Così, il pragmatismo di Indy si sposa alla perfezione con l'intero repertorio "culturale" di 007, e in effetti il film appare spesso più sbilanciato verso il secondo piuttosto che verso il primo, senza che né la tensione narrativa né il pathos avventuroso vengano scalfiti da tale declinazione lessicale-cinematografica.
I due insieme fanno faville (nonostante Connery avesse, all'epoca, solo 12 anni in più rispetto a Ford) e i loro duetti sono, oltretutto, un omaggio, che Spielberg immette nel tessuto avventuroso, alla sophisticated comedy americana degli anni '50. Dialoghi serrati e battibecchi arguti sono gli ingredienti di un film, seppur non perfetto, passato a suo modo alla storia. Già a partire dal rutilante incipit ambientato nello Utah del 1912 con al centro un tredicenne Indiana Jones. E' il prologo di un'opera avventurosa e sincopata in cui (e questo a ben vedere potrebbe essere un difetto) si accumulano a rotta di collo sequenze d'azione a scapito della compattezza narrativa (ottimi, come dicevo, i dialoghi fra i due protagonisti, ma quando il film si ferma e l'avventura rallenta sembra quasi sempre in debito d'ossigeno). Al netto, forse, di un finale un po' pasticciato ed eccessivamente caciarone, svettano alcune sequenze di grande impatto visivo: tra queste è impossibile non citare l'iniziale segmento ambientato nelle catacombe veneziane (con relativo assalto dei topi). A fare da sfondo la Chiesa di San Barnaba nel capoluogo veneto che Spielberg spaccia come biblioteca sotteranea (ma è un comunissimo edificio religioso, fantasia al potere).
L'azione, proprio come nelle migliore opere jamesbondiane, si sposta poi in Germania, a seguire in Turchia e in Giordania: si gira il mondo, ed è un piacere se tali, e tante, location vengono utilizzate in modo eccellente come in questo caso. E Spielberg, che come tutti i grandi autori possiede una sua lineare poetica cinematografica, insiste, seppur col sorriso sulle labbra, nel raccontare storie di padri assent e figli che li cercano (quasi) disperatamente. Trattasi di una costante del suo cinema, perchè proviene dal proprio vissuto infantile-adolescenziale, come, d'altronde, ben raccontato nel suo autobiografico "The Fabelmans" (di cui scrissi, qui, tempo fa). Senza contare le numerose citazioni che dissemina nell'opera di vecchi cartoon e fumetti dell'epoca (il film è ambientato nel 1938, ma è indubbio che molte strips abbiano divertito, col tempo, anche i bambini degli anni '50, l'epoca di Spielberg).
La critica lo elogiò, pur con qualche parere dissonante. Fece rumore (negli Usa) la recensione che vergò Hal Hinson sul Washington Post, che definì il film:mediocre in "quasi tutti inseguimenti ed esposizione noiosa". Subissati da fischi e pernacchi da numerosi lettori che invece avevano apprezzato l'opera, lo stesso giornale si sentì in dovere di ri-recensire il film, a firma di un secondo critico, il più conciliante Desson Thomson, che elogiò senza mezzi termini (anche troppo) l'opera. Le vie di mezzo sono sempre molto rare.
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Altre recensioni
Di Stipe88
Quel finale, così misticamente incalzante, mi lasciava sempre qualcosa dentro, una sensazione che quel film veramente fosse riuscito a parlare di Dio.
Steven Spielberg e George Lucas confezionano un blockbuster che, a distanza di anni, ha ancora qualcosa da dire.