I tre minuti che cambiano la vita...
Questa è stata per i Survivor "Eye of the tyger". Tre minuti che sistemano il conto in banca per sempre, fanno vincere un Grammy, e ti portano una notorietà che altrimenti mai avresti avuto. Ci sono band che in tutta la loro carriera non riuscirebbero ad ottenere i risultati che Jim Peterik e soci hanno ottenuto in quella sola canzone. Tuttavia i Survivor sono rimasti per sempre prigionieri di quella gabbia d'oro creata da quel singolo brano e saranno per sempre ricordati come "... quelli di Rocky..." oppure per i giovani del suolo italico "...quelli di Maria De Filippi....", visto che il loro brano di punta fa da sottofondo alle patetiche sfide dei siparietti della sig.ra Costanzo.
Ma sarebbe delittuoso limitare la storia dei Survivor alla sola presenza in qualche film di Rocky, a quell'accattivante riff che, nel bene o nel male, li ha consegnati alla storia.
Se l'AOR è un rock che si sposa con sonorità pop, i Survivor ne rappresenteranno l'aspetto più soft, più radiofonico. Non potevano vantare una visione musicale globale come quella dei Toto, né le capacità tecniche dei Jorney, ma le loro musiche erano semplici, essenziali linee di basso e batteria sormontate da tastiere che dettavano il motivo e una chitarra mai aggressiva. I Survivor sono la colonna sonora ideale per viaggi in auto decappottabili, su strade costeggiate da palme, in spiagge assolate dove le bagnine sono belle ed hanno i costumi rossi.
Ad "Eye of the tyger" dovranno tanto ma le cose migliori verranno dopo, come in questo "Vital Signs", anno 1984, che vede l'ingresso come vocalist del talentuoso Jimi Jamison, con una voce meno estesa rispetto al dimissionario Dave Bickler, ma sicuramente più calda e profonda.
"Vital Signs" è un disco fatto per la radio, in cui ognuno dei nove brani presenti, è una potenziale hit. La produzione è perfetta, cristallina e dannatamente pop. Dimenticatevi il riff portante di Eye of the tyger, qui il padrone assoluto è Jim Peterik con le sue tastiere, come nella splendida High on you, o nella ballatona ottantiana The search is over. I can't hold back parte con un dolce arpeggio di chitarra ma aumenta di intensità fino a lanciarsi in un ritornello da cantare e ricantare a squarciagola. In ognuno dei restanti brani il ritornello rappresenta un marchio di fabbrica e non è affatto facile trovare sempre le note giuste, quelle cantabili da chiunque. Spesso i Survivor sono stati definiti "stucchevoli" oppure "zuccherosi", quasi come se creare melodie semplici e dirette fosse un'onta e quello che in certo senso era una loro qualità finiva per diventare un limite.
Il male che ha sofferto l'AOR è proprio questo, quello di essere considerato poco intellettuale, adatto alle massaie o alle teenagers in cerca di cotte estive, quello di sorprendere poco, ma adattarsi e sciacallare da un paio di generi per costruire così tutte le sue ipotetiche fortune.
I Survivor rappresentavano la colonna sonora ideale di quell'America di oltre venti anni fa, quell'America che abbiamo conosciuto nei films e telefilms, che guardavamo sognanti e che non ritrovavamo (nostro malgrado o per sfortuna questo è sempre da vedere) nei nostri paeselli di provincia. Così come quel sogno americano finiva anche i Survivor dopo un paio di altri ottimi album hanno dovuto deporre i loro strumenti e fare spazio a chi non cantava di spiagge, mare e amore, ma solo di desolazione e frustrazione.
"È davvero difficile credere che 5 esseri umani abbiano potuto scrivere canzoni del genere."
"Se volete lasciarvi andare sull'onda delle emozioni, questo è l'album che fa per voi."