Taake, 1999: “Nattestid Ser Ported Vid”

Taake, 2011: “Noregs Vaapen”


Non so altro, non ricordo altro: rammento solamente che il debutto dell'allora sconosciuto nero/vestito e bianco/pitturato ritratto in copertina (come oggi, come sempre) mi era piaciuto assai. Anzi no, diciamola tutta, avevo letteralmente adorato “Nattestid...”, e tutt'ora lo adoro, tanto da annoverarlo (a mio soggettivissimo ed ereticissimo parere – sull'onda del mio patologico istinto classificatorio) fra i tre dischi black metal assoluti di tutti i tempi, ossia fra simulacri del calibro di “Transilvanian Hunger” (Darkthrone, 1994) e “Nattens Madrigal (Ulver, 1997): velocità, melodia, gelo, epicità, suoni sporchi ma distinguibili, ispirazione dalla prima all'ultima nota. E poi, ricordiamolo, il mio giudizio (involontariamente) non era nemmeno poi così tanto eretico se pensiamo, con il senno di poi, che il giovane Hoest, il capoccia indiscusso della band, nasce e si forma artisticamente a Bergen, focolaio di molte storiche realtà del black metal norvegese degli anni novanta, e che i suoi Thule, primo embrione della band che verrà, muovono i primi passi nel lontano 1993 e pubblicano il primo loro demo nel 1994!


Ma lasciamo stare, il concetto è che, nonostante tutto, nonostante “Nattestid...” me la facesse pigliare bene, all'epoca non mi passò minimamente per la capa di approfondire la storia successiva di questi popò di paladini del black metal più rancido e ferale: era dopotutto il 1999, e reduce da più di un lustro di “militanza nera” (a scanso di equivoci: sei anni di dipendenza incondizionata per ogni cosa che uscisse da terre scandinave e la cui definizione principiasse con “black” e si concludesse con “metal”), sentivo che il genere mi stava sostanzialmente rompendo i coglioni e mi avviai così verso altri lidi musicali.


Ma torniamo a bomba al 2011: esce quest'ultimo lavoro, ne leggo bene, ma talmente bene che mi sento quasi di comprarlo, incurante di quello che fosse successo nel frattempo (scoprirò successivamente che il buon Hoest avrebbe completato la trilogia con un paio di buoni album, “Over Bjoergvin Graater Himmelrik” del 2002 e “Hordalands Doedskvad" del 2005, per poi sciogliere la band e ricomporla nel 2008 all'insegna – si dice – di un mediocre ritorno, l'omonimo “Taake”).

Dopo varie riflessioni sull'utilità effettiva di un acquisto di tal fattispecie nel panorama della mia vita attuale, attanagliato più che altro da una inspiegabile nostalgia, con le mani tremanti e mille dubbi nella testa faccio finalmente mio il dischetto in questione. Con puerile trepidazione premo così il fatidico tasto play: si materializza uno sporchissimo rigolo di chitarra sgrattugiata, le chitarre raddoppiano, l'incipit dell'opener “Far Vadested til Vaandesmed” è un tripudio di chitarre sfrigolanti, quasi mi commuovo. Pochi secondi dopo però il pezzo prende un'altra piega, la batteria inizia a galoppare in modo abbastanza rozzacchiotto e cosa infine mi ritrovo fra le mani? Un'accozzaglia di riff d'ogni sorta, passaggi punk, per esempio, black'n'roll in stile ultimi Darkthrone e Satyricon (ohibò), frustate hard-rock (???), una batteria imbolsita che puzza tanto di drum machine programmata (nemmeno tanto male, per l'amor di dio!), e persino lo scoppiettare ilare di un banjo countryeggiante, tanto che pare di assistere alle comiche di Benny Hill (un banjo? Un banjo in un disco black metal norvegese????? ascoltare per credere: traccia 5, minuto 3:21).

Mi dico, la testa fra le mani: qualcosa non va, per davvero, ma dove diavolo sono finiti i riff gelidi come paesaggi innevati?, il dinamismo panico delle ritmiche sparate a tremila all'ora? Concludo: fanculo i Motorhead!, fanculo i Sodom e fanculo anche i Darkthrone che si sono messi a fare i Motorhead e i Sodom!


Ok, bisogna che resetti il cervello, imposto così l'ascolto successivo sulla base di nuovi parametri (e l'operazione non mi è gradita, per gli anni che porto sul groppone ed in particolar modo al cospetto di un album inutile come l'ultimo dei Taake: non avevo forse acquistato “Noregs Vaapen” solo ed esclusivamente per immergermi in un ascolto anacronistico dettato da semplice e sana voglia di genuino black metal norvegese old school?).

Fatico, ma come se mi trovassi innanzi ad un qualsiasi lavoretto dei Carpathian Forest e peggio ancora degli odierni Shining (nelle fasi più flautolenti), provo a calarmi in un contesto fatto di impatto fisico, groove, tamarrume e cambi di tempo che si susseguono come stilettate degne del più bieco pseudo-black progressivo e rockeggiante dei nostri giorni. Il tutto condito dal latrato imbecerito dello stesso Hoest.


Dunque si riparte: ma non è così malvagio tutto quello che odono le mie orecchie. Il secondo ascolto permette infatti di svelare nuovi dettagli, e in effetti c'è una marmaglia di momenti il cui 80% possiamo definire avvincente. Manca l'insieme, manca l'idea, manca l'atmosfera, però il dischetto scorre, la solita palata di malvagità a buon mercato (con una strizzata d'occhio a momenti più indubbiamente catchy, ma sempre riconducibili, mal che vada, al thrash, al punk, al fottuto rock'n'roll, al proto-black dei vari Hellhammer e Bathory che ispirò i nomi tutelari della scena norvegese dei primi anni novanta); ma quel che più conta è che Hoest si riconferma tutto sommato un chitarrista dal riff facile: ne ha messa di roba Hoest dentro a questo “Norges Vaapen”, a cui manca il rigore e il potere evocativo che potevo aspettarmi avendo in mente un capolavoro ineguagliabile come “Nattestid...”, ma di sicuro non manca la voglia di spaccare il culo, la voglia di intrattenere in ogni singolo passaggio e, a dirla tutta, non mancano nemmeno creatività ed ispirazione.


Inutile elencare come tutto ciò si estrinsechi nei quarantasei diacci e malefici minuti che riesce a raggruppare il buon Hoest nelle sue sette “osservazioni” (i canonici sette pezzi, con testi rigorosamente in norvegese e rigorosamente riportati nel booklet in caratteri runici), perlustrazioni che non hanno identità, ma che nel complesso hanno il pregio di non annoiare, e a tal riguardo basti pensare alla prima metà della tirata ed evocativa “Orkan” (ecco come doveva essere tutto l'album, cazzo!, qui sì che pare d'essere nel 1995!) o alla vagonata di idee contenute nella sola seconda metà di “Du Ville Ville Vestland”!


Fra le varie cose, si segnalano i cammei di celebrità illustri quali Notturno Culto, Attila Csihar e Demonaz, che poco aggiungono all'instancabile lavoro di Hoest (che qui più che mai si fa carico di tutti gli strumenti, salvo lasciare qualche ricamo qua e là ai vari guest chiamati a dare lustro all'operazione, fra cui cito un certo Nielsen artefice degli inserti di mellotron presenti in un paio di pezzi, o il fondamentalissimo Gjermund al mandolino o al banjo di cui sopra si diceva), riconfermandosi (Hoest, intendo) un musicista prolifico e il più delle volte ispirato.


Tutto sommato divertente.

Elenco tracce e video

01   Fra vadested til vaandesmed (06:47)

02   Orkan (06:17)

03   Nordbundet (05:25)

04   Du ville ville Vestland (06:51)

06   Helvetesmakt (05:37)

07   Dei vil alltid klaga og kyta (10:17)

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