So che non importerà granché ai lettori di Debaser ma va detto che questa è la prima recensione che scrivo ma, d’altro canto, quando ti scatta l’urgenza di far conoscere un bel disco (o anche pessimo, perché no) la voglia di scrivere prende il sopravvento, anche alla luce del fatto che non girano molte recensioni sulla nuova scena garage, almeno quella ‘old school’ ma non starò oggi ad approfondire questo punto altrimenti ciao.

Th’ Losin’ Streaks provengono da Sacramento (California) e non sono una band di primo pelo. Brian Machado (batteria), Tim Foster (voce e chitarra ritmica), Mike Farrell (chitarra solista, voce e cori) e Stan Tindall (basso e cori) hanno militato verso la fine degli anni novanta nei Trouble Makers. Andatevi a sentire “The Great Lost Trouble Makers Album”, pubblicato dalla Screaming Apple nel 1998, un miscuglio centrifugato di Frat Rock, Garage e Lo-Fi punk, quello vero.

Visti lo scorso autunno a Busto Arsizio al Circolo Gagarin hanno impressionato per la compattezza e la potenza sonora generata. Non a caso quando nel 2017 hanno aperto il concerto di Iggy Pop al Burger Boogaloo Festival, Kevin Jones, giornalista freelance per la radio KQED (una nota radio della San Francisco Bay Area) ha così commentato: “Se gli Who avessero visto i Th’ Losin' Streaks suonare la loro ultima canzone (A Quick One), giuro che se ne sarebbero andati in lacrime, mormorando tra loro su quanto fossero così potenti ed emozionanti”.

E il drumming di Brian Machado è effettivamente il marchio di fabbrica della band, una sorta di motore potente ma mai fuori giri che aggredisce con selvaggia ma inesorabile precisione rullante e piatti. E vederlo dal vivo ricorda come postura e gestualità lo stile di certe sixties band (fra tutte mi vengono in mente The Monks). E certi suoni di primitivo freakbeat sono stati ben assimilati da Mike Farrell che, a differenza del resto della band, si presenta sul palco in stile quasi Mod (l’occhio vuole sempre la sua parte, si sa). Post concerto abbiamo fatto qualche chiacchiera (la scena è piccola e ci si conosce un po’ tutti) e durante l’incontro mi hanno accennato dell’imminente uscita del nuovo LP.

Ed eccoci qua, dopo il pippone introduttivo, a scrivere del loro terzo lavoro in studio pubblicato pochi giorni fa e che ha visto bruciate le prime 100 copie su Bandcamp in soli tre giorni.

‘Last House’ esce per la Slovenly Recording, un’etichetta arcinota agli amanti del genere fondata dal Peter Menchetti, l’organizzatore del “We’re Loud Festival” un evento itinerante passato per Reno (Nevada), Puerto Rico, Vietnam, Atene, Istanbul e in Italia con i Rip-Offs e che tra pochi giorni (metà febbraio 2024) si terrà a Puerto Escondido con, tra le varie band, i Mummies. L’album è stato registrato ai Louder Studios di Grass Valley, California, con Tim Green (Nation of Ulysses, Fucking Champs) e masterizzato dal mitico Tim Warren. Tutti i membri della band hanno contribuito alla scrittura delle canzoni inserendo anche una cover e di un classico del genere che vi descriverò durante la recensione delle 15 canzoni.

Ok ma ‘sto disco dei Th’ Losin’ Streaks com’è, vi starete chiedendo. E allora partiamo a bomba.

Si inizia con “I Mean You” con un attacco di chitarra e basso potente e ciccione quanto basta. Ed è subito uno sferragliare di chitarre e cori. Siamo sugli standard canonici del genere, ma è solo un warm-up tutto sommato, giusto il tempo per entrare nella nuova dimensione della band con “Me ‘n’ Z”, una sorta di outtake dei Downliners Set in anfetamina e successivamente “It’s Your Time”, in origine dei The Weeds, la prima band di Fred Cole che poi fonderà i Lollipop Shoppe nel 1968 e, successivamente nel 1988, i troppo sottovalutati Dead Moon (chiedere in casa White Stripes per ispirazioni e stile vocale) brano che tira fuori un assolo killer in stile proto punk, e poi “Last House On The Block” con l’ingresso della tastiera Vox Supercontinental accompagnata da un fuzzone, una specie di Louie Louie dopata. “Shiver and Shake” pare uscito da un Back From The Grave e mi ricorda una po’ “Il Come Again” che ha ingranato marce più alte. Il lato A si chiude con “Cooler Heads” e i suoi riffs di chitarra fulminanti sorretti da rullate a-la Who. Il basso EKO chiude il pezzo per portarci verso una seconda parte strumentale onirica e claustrofobica dove nel finale emerge una tastiera che ricorda i primi singoli dei Pink Floyd più lisergici.

Il lato B si apre con “Dyer Lane”, un brano creepy, il giro di tastiera è classicissimo, quasi fuzztoniano ma il brano strumentale è surfeggiante e richiama la scuola dei Satans Pilgrims. “Well Never” è quanto di più frat rock si possa sentire oggi: il suono della West Coast alla fine è sempre vivo e il testimone è passato inevitabilmente in mano loro. La mano di Tim Warren si sente anche in “Secret Love” con cori e fuzz a reggere il tutto.

“Cake And Ice Cream” è irto di schegge chitarristiche chiudendosi in due minuti. Segue il brano probabilmente migliore del disco. E’ rhythm and blues che prende a piene mani dai Downliners Sect, Easybeats e i migliori Tell Tale Hearts.

Stiamo andando in chiusura e si prende il respiro con una ballatona che racchiude in pochi minuti il pensiero dei Th’ Losin’ Streaks odierni che, prendo loro testuali parole: “questo album parla del vero amore e dei bei momenti. E decisioni sbagliate. Si tratta di crollare. Si tratta di andare in pezzi. Si tratta di dormire all'aperto. Riguarda Dyer Lane. Si tratta di sbatterti finché non ce la fai. Si tratta di EKO, Silvertone e Supro, Vox (Super Continental) e Hohner Marine Band. E di un nastro da circa 2 pollici. Parla della peste, della politica, della guerra o delle lancette del tempo. Parla dell'uomo dei gelati dopo l'apocalisse. È un rave punk trans-mondo. Parla di Link Wray, The Sonics e Downliners Sect. Riguarda la cover di Sam Cooke dei Rolling Stones. Riguarda il folk rock. Riguarda il tempo che scivola via (ma che non è adesso). Riguarda le stronzate. Riguarda l'essere troppo tardi, sempre troppo tardi. Riguarda l'invecchiare e a quelli che non lo faranno mai. Riguarda la persona che sogni ma non avrai mai. Riguarda niente in questo mondo. Riguarda la sopravvivenza all'autodistruzione in un T-Minus. E riguarda l'altro lato.

Bonus track: “Mangalore”. Surf instro pubblicato dalla Jinx Records nel 2022 in formato 7”.

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