Piccolo riassunto delle puntate precedenti. C’è stato un momento, intorno alla metà degli anni Sessanta, in cui la rivalità non era Beatles o Rolling Stones, bensì Beatles o Beach Boys, o meglio Lennon/McCartney vs Brian Wilson.
Qualsiasi cosa scrivessero i primi ecco che Brian Wilson ne aveva in mente una ancora più rivoluzionaria, ma qualche mese dopo i Beatles tiravano fuori l’ennesimo capolavoro, prima che i Beach Boys alzassero l’asticella un’altra volta. Era un continuo rincorrersi, studiarsi, sfidarsi. Dopo "Revolver" dei Beatles, i Beach Boys pubblicarono "Pet Sounds" e, cazzo, Wilson sembrava avercela fatta. "Pet Sounds" non è meglio di "Revolver", non è questo il punto: "Pet Sounds" semplicemente era un passo avanti nell’idea – pop, nell’idea – pop. Un grosso passo avanti, l’asticella era stata portata molto in alto. Talmente in alto che sembrava ormai che solo lui, Brian Wilson stesso, avrebbe potuto superarsi. Era ad un passo dal trionfo, il leader dei Beach Boys ed ecco che, ulteriore dimostrazione della sua grandezza, se ne esce con “Good Vibrations”, un pezzo che lascia senza fiato. E’ fatta, insomma. No, ancora no, manca ancora l’album, quello che cambierà per sempre la storia della musica pop. Ci sta lavorando Wilson, ci stanno lavorando Lennon e McCartney. I secondi procedono a passo spedito, i Beatles non suonano più dal vivo, passano le loro giornate in studio a scrivere, registrare, tagliare, mixare, sperimentare: sono in gran forma. Brian Wilson lavora duro anche lui, è un perfezionista, non è mai soddisfatto, fa e disfa, butta tutto e ricomincia daccapo e poi di nuovo e di nuovo ancora: e poi la droga, le paranoie, è dura, molto dura. Tutti aspettano "Smile", il capolavoro dei Beach Boys e invece arriva "Sgt. Pepper’s lonely hearts club band" dei Beatles. Ed è uno shock, è il 1 giugno 1967 e non si era mai sentito nulla di simile. E nemmeno Brian Wilson aveva mai sentito nulla di simile, la sua già debole psiche crolla, non ce la fa più, distrugge mesi di lavoro su "Smile", entra in crisi, è la fine. Hanno vinto loro i Beatles.
"Smiley/Smile" è figlio di "Smile". Nasce in quelle sessioni di registrazione, ma anziché essere animato dal genio di Brian Wilson è attraversato dalle sue debolezze dal suo senso di inadeguatezza. Doveva essere il suo capolavoro sarà il suo fallimento. L’album che doveva essere un concept ispirato ai quattro elementi (terra acqua aria e fuoco) diventa un collage di brani men che modesti, nulla li tiene insieme, se non il senso di disfatta che ispirano. A parte “Good Vibrations” ed “Heroes and Villains”, il resto è confusione, malinconia, scarti, idee di canzone poco o mal sviluppate. Da brividi “Wonderful”, col suo andamento che è quasi una ninna nanna, come se accarezzasse la stanchezza mentale di Wilson, sottoposto a pressioni più grandi di lui.
"Smile" lo ascolteremo solo 37 anni dopo, nel 2004, quando un Brian Wilson rinato deciderà di completarlo: e sarà una gioia per il cuore e le orecchie. Ma nel 1967, Brian Wilson sprofondò nel baratro proprio mentre sembrava stesse per salire sul trono e i Beach Boys infilarono il tunnel dell’oblio, finendo per rappresentare soltanto lo stereotipo della California sole-mare-spiaggia-surf.
Quasi a parziale risarcimento, Paul McCartney, la mente del "Sgt. Pepper" ammetterà in più di un’occasione i suoi debiti nei confronti di Brian Wilson e del suo "Pet Sounds".
Provare per credere!
Quello che doveva essere il più grande disco della storia è introvabile se non come versione pirata...