I Libertines aspirano alla leggenda. Lo si desume dal gran clamore che questa band sta agitando in Inghilterra da almeno due anni e dall'infinita serie di controversie, drammi personali, split temporanei e chiacchiere metropolitane che hanno fatto da cornice alla travagliata storia di questo gruppo che sta riportando in auge quell'alone "maledetto" del rock 'n' roll d'altri tempi. Poi che cosa ci sia di costruito in questa lunga e appassionante soap opera è un altro discorso, fatto sta che in questo triste momento per la scena musicale i Libertines di Carl Barat e Pete Doherty sono l'unico nome che sta tenendo alta la bandiera del glorioso passato della musica britannica. Questo secondo album, dal titolo omonimo, esce in un clima di assoluto disordine all'interno della band: Doherty è, come si sa, provvisoriamente fuori dal quartetto in quanto impegnato a (tentare di) disintossicarsi (è stato anche in Thailandia ma è fuggito dopo pochi giorni, vinto dalla sua nota dipendenza da crack, cocaina ed eroina) e dopo avere avuto problemi piuttosto seri con la giustizia (è in attesa di un processo per essere stato fermato con un coltello ritenuto illegale ed è in corso un contenzioso con una famosa groupie di Londra per il riconoscimento di un figlio).
La band dà l'impressione, come spesso è accaduto in questi ultimi 15-16 mesi, di essere allo sbando, ma i concerti organizzati "all'ultimo momento" in Inghilterra sono regolarmente sold out, le vendite di questo nuovo disco vanno benissimo e continua ad aumentare il "mito" di questa formazione che ha decisamente soppiantato i cosiddetti "rivali" in quella che stupidamente viene considerata come la scena del "new rock" (Strokes, Vines, Hives ect.). Dopo tutti gli scandali, i gossip, le crisi e le riconciliazioni (un autentico dejà vu che in U.K. dura da almeno 40 anni, dai Beatles ai Rolling Stones passando per gli Who, Bowie, i Sex Pistols, gli Smiths e gli Oasis) è venuto il momento della musica: per essere veramente delle leggende, ai Libertines servono delle canzoni destinate ad entrare nella memoria collettiva, degli evergreen che li differenzierebbe definitivamente da tutte le altre band sempre più "one hit wonder" che imperversano nelle classifiche.
Il materiale non manca: nei Libertines si sentono davvero tutte le influenze che i grandi gruppi inglesi hanno esercitato nella storia del pop, e la qualità compositiva di Barat e Doherty è incontestabile. In loro c'è la giocosità sixties dei primi Beatles, la decadenza sfrenata dei Rolling Stones e di David Bowie, lo sberleffo punk dei Sex Pistols, la rabbia dei Clash, la malinconia degli Smiths e la forza proletaria dei primi Oasis. Doherty in particolare sembra quasi un incrocio tra Kurt Cobain, Sid Vicious e Syd Barrett, e in un certo senso ha già firmato dei "piccoli classici" nel repertorio della band, come "Time For Heroes" e "Up The Bracket". Anche se probabilmente il vero singolo-cult dei Libertines rimane la fantastica "Don't Look Back Into The Sun" (prodotta da quel volpone di Bernard Butler), in questo nuovo disco non mancano certo i cavalli da battaglia. Però manca ancora qualcosa per entrare nella storia, e questo album trova forse la sua pecca proprio in questo, considerando anche che il futuro del gruppo è, nonostante tutto, ancora appeso a un filo. La produzione di Mick Jones sembra volere significare un ipotetico passaggio di consegne tra i Clash e i Libertines, ma i primi erano esplosi in un particolare momento che attraversava l'Inghilterra e ho molti dubbi che sia possibile ricreare lo stesso effetto dirompente che ebbe la mitica band di "London Calling": di certo, il sound deve parecchio a quella gloriosa epoca.
”Can't Stand Me Now", prima traccia e primo singolo estratto, è solo uno dei pezzi in cui Doherty e Barat duettano sui propri tormenti e sul proprio destino (un po’ come il messaggio in codice dello stesso Jones in "Should I Stay Or Should I Go"), e ripercorre un pò ciò che aveva reso memorabile la prima citata "Don't Look Back Into The Sun". ”Last Post On The Bugle" è un altro pezzo tirato, sporco e rozzo in cui la voce di Doherty sembra litigare con gli strumenti, come a volere esprimere la turbolenta personalità del cantante: errori nell'esecuzione e un andamento schizofrenico riescono invece a dare un senso di perfezione, cosa che ai Libertines riesce benissimo malgrado la forzata trascuratezza che pervade quasi ogni brano. In generale però, le canzoni sono più ragionate rispetto all'esordio, non sono più alla "buona la prima", ma sembrano decisamente più sofferte. ”Don't Be Shy" sembra un numero tipico dei Beatles di "Rubber Soul", mentre "The Man Who Would Be King" trasmette sensazioni da nightclub fumoso e Doherty evita di lasciarsi andare alle sue tipiche urla esasperate. “Music When The Lights Go Out" è il momento più alto del disco: una malinconica ballata acustica alla maniera dei Kinks di "Waterloo Sunset" che subisce una improvvisa accellerazione dopo il ritornello. "Narcissist" sono 2 minuti e 10 in cui la band omaggia il garage degli Stooges e degli MC5; "The Ha Ha Wall" parte come una specie di soundcheck e si evolve in un pop rock che ricorda per certi aspetti i Buzzcocks più leggeri (si risolve in una sorta di session improvvisata); "Arbeit Macht Frei" è una follia registrata in presa diretta; "Campaign Of Hate" sembra riecheggiare la "I Am The Fly" degli Wire ma senza per forza fare pensare al plagio (anzi, è probabilmente una delle migliori canzoni di tutto il loro repertorio); di "What Katie Did" che dire? Sembrano davvero Lennon e McCartney a 20 anni!!! Il disco va avanti con la clashiana "Tomblands" che si fa forte di quelle classiche armonie vocali della band di Strummer e Jones per un brano dai toni molto epici e fatalisti. Le canzoni durano pochissimo, "The Saga" addirittura 1 e 53!! Qui invece a venire in mente sono gli Smiths di "London" e gli Hives. "Road To Ruin" è un altro momento intensissimo in cui è Doherty a farla da padrone, spodestando il compagno Barat, piuttosto in penombra in questo album; si chiudono le danze con "What Became Of The Likely Lads", destinata ad essere un grande classico della band e velatamente autobiografica, con un intreccio avvincente che fa pensare contemporaneamente a un intreccio tra i Pulp, gli Smiths, i Clash e lo stile sbandato di Jon Spencer.
Non sarà un capolavoro destinato a rimanere negli anni, ma ci siamo molto vicini: questo album è una perla che consiglio caldamente. Manca, come già detto, la canzone della vita, ma quella verrà. La vita è lunga, e spero che lo sia anche per quel piccolo grande genio di Pete Doherty.
"The Libertines è un affare potente, qualitativamente molto buono, molto continuo, con pochissimi episodi minori e qualche gioiello indimenticabile."
"Con lui invece potrebbero davvero essere il gruppo che salverà il rock 'n roll nel XXI secolo."
Venghino sìori al Festival Del Già Sentito, alla Fiera dello Scopiazzo, alla Sagra delle Orecchie Gonfie...
Tutto già sentito, tutto già detto, un po’ Clash, un po’ Green Day o primi Pogues… Accomodatevi.