Partiti alla grande con il primo album "Deloused in the comatorium" e giunti a fatica ad "Amputechture", era difficile pensare che i Mars Volta potessero stupire ancora, e invece ci sono riusciti. Il loro quarto album in studio suona ben diverso dal loro esordio: la voce di Cedric raggiunge tonalità sempre più elevate e i suoi testi sono sempre più ermetici e poeticamente irraggiungibili, Omar ha invece imparato a tessere trame fittissime entro cui comporre la sua musica.
Il disco inizia con la velocissima "Aberinkula", nome che richiama un tamburo tribale nigeriano; si prosegue con la funky-prog "Ilyena", la dolce e delicata "Tourniquet Man", la cavalcata aggressiva di "Ouroborous" (un antico simbolo raffigurante un serpente che, mordendosi la coda, forma un cerchio perfetto) e si chiude con il pezzo più bello e innovativo di tutto l'album, cioè "Conjugal Burns". Un pezzo degno di nota è anche "Goliath", un perfetto mix di attitudine blues-rock e prog.
Il disco sfiora i 75 minuti di durata e le tematiche sono riconducibili alla vita ultra-terrena, alla morte, al senso di colpa e all'espiazione. L'album segna l'entrata di Thomas Pridgen nel gruppo, uno dei più giovani e talentuosi batteristi del momento e il suo stile musicale fornisce nuova linfa a quello degli altri musicisti (tra le cui file bisogna ricordare l'ormai onnipresente John Frusciante). Insomma, dopo il mezzo falso passo di "Amputechture", i Mars Volta sembrano aver ritrovato loro stessi e il modo per confezionare album di ottima fattura. Ora attendiamo la consacrazione definitiva.
Penso che in questo stile i Mars Volta trovino davvero loro stessi, è il LORO stile, da adesso finalmente inconfondibile.
Dopo 70 minuti d'ascolto, ti lasciano ancora con la bavetta alla bocca.
Quei due genietti di Cedric Bixler Zavala e Omar Rodriguez-Lopez sono riusciti a sorprendermi!
Un ottimo album che riporta i Mars Volta ai fasti del primo album, confermandoli come tra i pochi artisti moderni che almeno si sforzano di proporre qualcosa di nuovo.