The Styles sono una band di Como che ha bisogno di sottolineare qualsiasi cosa e sono completamente auto-referenziali. Si chiamano Guido Style, Luke Style e Steve Style (i Ramones facevano più bella figura). Indossano le magliette col logo ed il nome del proprio gruppo, altrimenti la gente potrebbe anche non riconoscerli.
“You love the styles” è il titolo del loro primo album, paradossale che ce lo dicano loro. “Buy this album” è il motto del loro myspace, e qua scadiamo nel patetico.
“Per scrivere i testi non ci metto più di dieci minuti e a volte mi basta aprire il dizionario inglese per trovare qualche frase fatta da inserire dentro” sono le dichiarazioni che si possono trovare in rete fatte dal cantante ed è veramente strano come in una scena musicale sovrappopolata dove la qualità può fare la vera differenza fra la massa certi artisti si permettano di sottolineare e vantarsi del loro pressappochismo.
Questo album dura 35 minuti per 12 canzoni, media quasi esatta dei 3 minuti radiofonici “che poi il pubblico si annoia”. Lo consiglierei ai ricercatori del CERN di Ginevra perché è la cosa che più si avvicina al vuoto assoluto dei buchi neri. Con picchi di mediocrità creativa con titoli come “Mr Bean Laden”. Roba da sbellicarsi. Non ride nessuno.
La musica è degna di stare in quel filone MTVttiano che comprende i Tokio Hotel. Gli Styles non comunicano niente. Gli Styles non sanno di niente. Gli Styles cantano in inglese, ma non è che lo sanno, semplicemente lo copiano per sentito dire.
La mediocrità della scrittura è impressionante (parafrasando la presentazione che allegano al cd) perché gli Styles, della cosiddetta scena, dei ragionamenti e delle strategie, se ne fregano eccome, perché è proprio su quella che campano, perché altrimenti non avrebbero nell’album tanti riferimenti a quello che è l’hype, Nme, Pete Doherty, e ci sguazzano dentro.
Gli Styles affermano di suonare la chitarra in puro stile Dave Grohl, e a dire il vero, il sound è precisamente quello, ma non sono i Foo Fighters. Perché questi scrivono canzoni come “The Pretender” mentre i primi lo sono e basta.
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