Fragilità e contrasto.
"Egli era vestito di un bellissimo viso, una voce che saliva verso regioni sterminate del cosmo" (Song Slowly Song).
Non chiedetevi mai che senso avrebbe "Song Slowly Song" senza la solitudine dell'anima. Chiedetevi semmai che senso avrebbe la solitudine senza una canzone di Tim Buckley. Droga e solitudine.
"Sono nato come una melodia triste, una piccola canzone che mia madre mi cantava, una di quelle canzoni tanto tristi che mai hai ascoltato" (Blue Melody).
Non chiedetevi mai che senso avrebbe la vita di Tim Buckley senza la lusinga delle droghe. Chiedetevi piuttosto che senso avrebbe una qualsiasi droga senza una canzone di Tim Buckley. Quello che leggete è solo un capitolo dell'enorme storia dell'uomo che visse nel deserto seppur circondato da migliaia di uomini.
Timothy Charles Buckley III nacque ad Amsterdam, New York, il giorno di San Valentino del 1947. Precoce divoratore di musica folgorato dalla figura del cantore solitario, fanciullo affamato dall'opera di spettri in bilico tra la vita e la morte (Johnny Cash, Hank Williams, Frank Sinatra). "I can't see you" è folk. "Wings" è country. "Songs of the Magician" è psichedelia. "Valentine melody" sfiora i confini del jazz.
"Soltanto oggi, a distanza dalla sua morte, ho capito quante poche canzoni da lui scritte abbiamo la parola "casa" all'interno. Era come se egli si sentisse uomo di un non-luogo" (Larry Beckett, produttore e amico).
Non chiedetevi mai cosa fosse Tim Buckley stesso. Non chiedetevi "sarà questo?", "sarà quest'altro?".
Una volta egli disse: "Io potrei essere tutto e sono niente; potresti pensare che io sia niente e sarò ogni cosa". Di nuovo, fragilità e contrasto.
"Era intelligente, meraviglioso, asociale, tenero, razzista, amico leale, una contraddizione vivente." (Linda Gillen) Voce e potere. Voce ed arresa.
"It Happens Every Time" è la voce, suadente e calda. "Song for Jaine" è il potere, forza immane ed ipnotica. "Grief in my soul" è l'arresa, un coltello affilato a tagliare la carne dolente.
Non chiedetevi mai che senso avrebbe una canzone di Tim Buckley senza dolore. Chiedetevi semmai che senso avrebbe il dolore senza "Understand your man".
Nel 1974 Tim scrive a Lee Underwood, fido chitarrista ed amico: "Non ci sono parole per la solitudine - nera, amara, oscura solitudine che mi strappa le radici nel silenzio della notte".
"Grief my soul" è la solitudine totale.
Non chiedetevi mai che senso avrebbe leggere una recensione di Tim Buckley senza tecnicismi, descrizioni, specifiche, generi, approfondimenti, richiami musicali. Chiedetevi, semmai, che senso avrebbero tutte quelle banalità trite e ritrite in una recensione di Tim Buckley. Alla prossima per i tecnicismi musicali, io una canzone di Tim Buckley non riesco a descriverla, per Dio.
Per l'ultima volta, fragilità e contrasto.
"Quando è morto, non mi sono potuto muovere per una settimana. Povero innocente nella macchina infernale del mondo" (Joe Stevens, musicista).
Non chiedetevi mai che senso abbia il il mondo senza Tim Buckley - ha girato intorno al sole per trent'anni lo stesso, senza accusare il colpo. Chiedetevi piuttosto che senso avrebbe il mio mondo senza Tim Buckley.
Nulla.