Il loro nome rimanda alla tragedia più truculenta di Shakespeare. L'ultimo pezzo del loro disco è intitolato ad Albert Camus. Un altro brano raccoglie considerazioni nate guardando "Landscape With The Fall Of Icarus" di Brueghel. Potrebbero sembrare un band noiosa e un po' blasé, questi americani del New Jersey venuti alla ribalta negli ultimi mesi. E invece hanno fatto uno degli album rock più cazzuti dell'anno.

Mettendo assieme l'attitudine folk dei Pogues, un cantato storto e mezzo urlato che sta a metà tra Shane MacGowan, Bright Eyes e Casablancas degli Strokes, partiture sprigsteeniane rese punk, un folk rock alla Neutral Milk Hotel, un hardcore nichilista da primi Nirvana e persino accenni shoegaze, i Titus Adronicus riescono a suonare assurdamente originali.

Il cantante Patrick Stickles urla volentieri, ma questo non pregiudica la melodicità (lo-fi e sporcata) di molti pezzi, alcuni dei quali sfiorano l'inno da bar. Così "My Time Outside The Womb" e "Arms Against Atrophy" scimmiottano gli Strokes come farebbe una band di spostati in un pub di provincia il venerdì sera, mentre "Joset Of Nazareth's Blues", anche grazie alla controvoce femminile, potrebbe essere una performance degli Arcade Fire dopo una sbronza devastante. In "Albert Camus" e "Titus Andronicus" c'è del punk e c'è della new wave. "Upon Viewing Brueghel's "Landscape With Fall Of Icarus"" ha un ritornello da brividi sopra chitarre imponenti: peccato che lo ripeta una volta e mezza.

Non pensate, quindi, a una resa sonora ripulita e curata: qui la fedeltà è inesistente, le stecche sono continue, i riverberi assordanti. Delle volte sembra di intuire la presenza di un piano o di fiati sullo sfondo: ma è un'impressione (non è solo un'impressione, invece, che il piano che attacca "Titus Andronicus" citi "Rebellion" degli Arcade Fire).

Sopra questi suoni si distendono tutte le lamentele a cui danno aria gli sfoghi di Stickles: la vita di merda del giovane americano medio (tanto che, dice Stickles: "even my own mother will tell you I am an asshole"), la totale mancanza di prospettive oltre a quella di bere come un acquaio dalla mattina alla sera, la predica di un nichilismo esasperato, il desiderio del suicidio. Ma poi basta suonare la sconfortata "No Future Part I" perché ti venga voglia di fare la "No Future Part II: The Days After No Future". E via così, senza futuro dopo senza futuro: perché questo disco ne avrà parecchio.

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