Può essere una vera malattia, il blues, a volte.
Tony Joe White se la ritrova nel sangue e se la tiene in incubazione fino ai 16 anni. D’altronde che ti puoi aspettare se nasci nel nord est della Louisiana, vicino al confine con Arkansas a nord e con Mississippi ad est, in una piccola cittadina circondata da paludi e campi di cotone?
Occorre qualche riga per inquadrare il personaggio ed il suo tempo, visto che, a parte qualche ascolto, risulta praticamente sconosciuto sul Deb. Sarò di sicuro prolisso e il Bot mi fustigherà ma pazienza…
Nasce ultimo di 7 figli in una famiglia di agricoltori, vita dura nel dopoguerra, si raccoglie cotone e si coltivano patate. Una infanzia come tante, la sua, circondato dalla musica gospel e country e tanti ragazzini bianchi e neri con cui giocare e crescere. L’illuminazione arriva quando uno dei fratelli porta in casa un disco di Lightnin’ Hopkins. Prende la chitarra del padre e impara ad usarla così bene che comincia ad esibirsi nelle feste e con gli amici. Ripete i brani di Muddy Waters, di John Lee Hooker, di Hopkins e lo fa bene. Ha una voce profonda, scura, essenziale e la sua chitarra ha un suono particolare, originale.
Ma in realtà lo aspetta una vita normale, lavori normali che cambia spesso, una moglie, Leanne, un figlio e un paio di amici con cui suonare di tanto in tanto. Incidono anche qualche singolo senza alcun riscontro.
Una vita che, però, gli va stretta e all’improvviso decide di tentare la sorte e va a Nashville. Qui la storia è un po’ confusa e dopo qualche porta chiusa arriva alla Monument, una etichetta che produce Roy Orbison e Dolly Parton. Ha una certa faccia tosta che piace, viene sentito e messo sotto contratto.
Il suo stile è ancora acerbo ma rimane impressionato dall’ascolto di “Ode To Billy Joe” di Bobbie Gentry, uscita nel 1967, una storia in cui si ritrova.
Decide di parlare di cose che conosce, persone, luoghi ed episodi reali. Nelle sue storie ci sono gli elementi tipici della letteratura del sud, ritorna spesso la palude, la violenza, il sesso, il razzismo.
Dopo qualche 45 giri di rodaggio ma senza risultati apprezzabili gli viene data fiducia e Tony Joe mette mano al suo primo album: “Black And White”. Gli affiancano abili sessionmen e un certo Billy Swann come producer. Billy è già conosciuto nel giro del country ma di lì a breve diverrà famoso anche come cantautore. Insomma, il disco prende forma. Una facciata di sue composizioni e una di cover.
Sul lato A apre “Willie & Laura Mae Jones”, pezzo sulla sua vecchia vita rurale dove racconta dei vicini neri con cui condivideva tutto, e considerando i tempi, siamo alla fine degli anni sessanta, tratta temi, sui rapporti razziali, abbastanza inconsueti.
Il pezzo poi verrà ripreso da molti artisti come Dusty Springfield, Clarence Carter e Bettye Swann.
Altre sue composizioni sono anche “Don’t Steal My Love”, "Whompt Out On You" e la ballad “Aspen, Colorado” mentre “Soul Francisco” è una canzone sui figli dei fiori, una diretta conseguenza della Summer of Love dell’estate precedente ma che ancora aveva riflessi sulla vita dei giovani americani.
Questo brano diventa inaspettatamente una hit in Francia nell’estate del 1968. Le radio ne fanno un successo al punto che farà alcuni concerti in Francia. Qui il suo stile viene definito “swamp rock”, termine che gli rimane incollato mentre lui viene chiamato “swamp fox”.
Ma la vera sorpresa è “Polk Salad Annie”, che nell’agosto del 1969 raggiunge il numero 8 delle classifiche di Billboard. Deve il nome ad una pianta, pokeweed o polk, tossica se mangiata cruda. Malgrado la dicitura salad faccia pensare ad un’insalata, si tratta in realtà di una storpiatura di sallet, termine con il quale si indicava una verdura cotta simile agli spinaci. Il brano parla di una ragazza del sud senza tanti mezzi e fa riferimento all'infanzia di White quando ascoltava non solo bluesman e cantanti country locali , ma anche la musica cajun della Louisiana, un ibrido di stili musicali tradizionali, basato su fisarmonica e violino e introdotto dai coloni francesi all'inizio del secolo e che ha influenzato fior fiore di artisti come Professor Longhair e Dr. John tra gli altri.
Sta di fatto che “Polk Salad Annie” entra a far parte del repertorio di altri artisti, la incidono Tom Jones e soprattutto Elvis Presley. Quest’ultimo la registra per la prima volta sul disco dal vivo “On Stage”, a Las Vegas nel febbraio del 1970 e sarà una costante nei suoi show per tutta la carriera.
Il lato B, invece, contiene cover di pezzi che Tony Joe eseguiva dal vivo, come “Scratch My Back” o “Wichita Lineman” o su suggerimento della casa discografica,“Little Green Apples”e “The Look Of Love” di Bacharach.
Tutti ben eseguiti, si intende, ma è il lato A che fa dell’album un grande album.
Questo è solo il primo passo di una lunga cavalcata che lo porta a fare oltre trenta album con diversi live e raccolte e probabilmente non è il migliore tra i suoi lavori, ma qualcuno prima o poi doveva iniziare a parlarne come, giustamente, ha sottolineato il venerabile imasoulman.
Una menzione merita lo splendido box “Swamp Music – The Complete Monument Recordings” (RhinoHandmande 7731) in 4CD, uscito in edizione limitata nel 2006, con inediti, singoli e demo di canzoni che utilizzerà nei dischi successivi. C’è anche un live acustico e solitario ai Barclay Studios di Parigi nel marzo 1969.
Tony Joe White non ha avuto un grande successo commerciale ma ha fatto la vita che sognava, è riuscito a vivere della sua musica, e soprattutto è stato un esempio di coerenza nella musica e nella vita. Ajò
Elenco e tracce
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