Una lenta ginestra carezzata dai nembi, contenta dei deserti. Una terra natia sognata e risognata in esilio.
Una bambina etiope di buona famiglia, Yewubdar (la più bella) Gebru, scorre con gli occhi il paesaggio brullo e aspro dell'isola dell'Asinara, dove, senza che lei possa lontanamente immaginare il perché, l'Italia coloniale l'ha messa al confino con l'intera famiglia. È il 1937. Non manca, certo, la brutalità: alcuni membri della sua famiglia moriranno in quegli anni di prigionia. Ma io me la immagino trasognata, Yewubdar, rimirar di lontano gli asini nel meriggio dorato. Ripensa alla sua casa ad Addis Abeba, Yewubdar, alle piccole cose perdute. I ricordi d'infanzia sono ormai come cartoline sbiadite nelle sue piccole mani. Tanti anni dopo, proprio le sue dita ricorderanno il doloroso distacco, in composizioni trasudanti nostalgia.
Come s’addice a una ragazza di buona famiglia che intrattiene gli invitati con i Notturni di Chopin, Yewubdar imparerà, dopo la guerra, a suonare da un pianista ebreo polacco. A comunicare, però, con le dita sui tasti bianchi e neri e pian pianino, discretamente, squarciarsi il petto, come per dire a tutti: ecco, questo è il mio ardente intimo cuore — a far questo imparerà, certo, ma ci vorranno anni di solfeggi e di solitudini. Solitudini claustrali, di monasteri sui monti dell'Etiopia, perché nel frattempo Yewubdar ha preso i voti e cambiato il suo nome in Tsegué-Maryam. Anni dopo, a Tsegué-Maryam Gebru s'aggiungerà il titolo onorifico di Emahoy, madre.
Ma il suo cuore d'errante non è pago di piantar radici e far sbocciare, dalle dita, fiorellini odorosi d'aprile tra un salmo e un titillare del vento tra le sbarre di una finestrella. Errante e senza dimora terrena, è la suora pianista di Addis Abeba. Finirà i suoi giorni, Emahoy, quasi centenaria, a Gerusalemme. Nel frattempo, registrerà una manciata di composizioni che (non mi vengono altre parole meno trite, scusate) toccano vette sublimi d’una familiarità dimessa e d’una profondità di rado raggiunte da raggi di luce.
Uno strano blues si fa fumo di candela, una flebile sghemba armonia incontra la musica dei romantici tedeschi. Come una confessione sincera, le sue ossessioni sono il ricordo, lo sferzare del vento, la morte. Il tempo, pare, non ne intacca la serena forza. E le parole, a voler descrivere questo gioco di dita di questa santa Schubert etiopica, alfine s’arrendono al silenzio.