Eccoci giunti a recensire il settimo LP dei Van Der Graaf Generator, l'ultimo, escludendo il recente "Present", firmato dalla loro formazione classica. World Record esce nello stesso anno del suo predecessore, "Still Life" (1976), ma dal punto di vista musicale è profondamente diverso da tutti i precedenti lavori di Hammill e soci; l'unico modo per dimostrare questa affermazione, comunque, è analizzare le cinque canzoni in esso contenute.

Chi conosce già i VDGG, ascoltando canzoni come "When She Comes" o "A Place To Survive", non può non notare che qualcosa nel loro stile è cambiato: l'approccio compositivo dei quattro è in qualche modo più spontaneo, quasi jazz. Un ruolo importantissimo è svolto dalla batteria di Guy Evans, le cui ritmiche regolari vengono seguite da riff di organo abbastanza orecchiabili, talvolta doppiati dal sax. Su questa trama sonora, decisamente insolita per una band che in passato tanto aveva amato creare atmosfere oscure e goticheggianti, si erge l'inconfondibile voce di Hammill, che, ora "parlando" ora cantando, scandisce ogni sillaba dei suoi sempre perfetti testi. Il vocalist tuttavia, a differenza di quanto accade in "Still Life", lascia grande spazio alle cavalcate soliste dei suoi compagni, soprattutto a Dave Jackson, che ha la possibilità di esprimere il suo talento in lunghi assolo. Malgrado questo, i 17 minuti delle prime due canzoni (suonate egregiamente, per Dio) sono comunque piuttosto noiosi, e non regalano grandi emozioni.

Va meglio con la successiva "Masks": dopo una dolce apertura, dominata da un sax che lascia senza fiato, la canzone procede pacatamente, per poi prendere decisivamente ritmo nella parte centrale, guidata dalla chitarra elettrica. Infine riprende il tema iniziale e si conclude con un infinito e sofferto grido di Hammill. Il cantante, in particolare, fornisce qui una delle sue prestazioni vocali migliori di sempre. Evidentemente l'enigmatica storia di cui ci parla (un uomo, che nascondeva tutti i suoi sentimenti e le sue emozioni dietro ad una maschera, quando la tolse, scoprì di non avere più un volto) doveva essergli molto cara.

Tuttavia, almeno a mio parere, sono i 20minuti di "MeurglysIII" che valgono da soli il prezzo del disco. Meurglys è il nome della chitarra di Hammill, ed è a lei che la canzone è dedicata: il leader polistrumentista ce ne parla come la sua migliore amica, l'unica a cui può credere, l'unica in grado di capirlo e di aiutarlo ad attraversare i momenti difficili della sua esistenza semplicemente suonando e componendo insieme a lei nuove canzoni. Un testo veramente sentito e profondo quello di questo brano, che non può far altro che colpire tutti noi piccoli compositori che proviamo a scrivere canzoni con la nostra chitarra acustica o col nostro pianoforte, per poi rifugiarci nel mondo creato dai nostri pseudo-testi…

Vabbè, ho voluto soffermarmi sulle sue liriche, ma è opportuno sottolineare che "MeurglysIII", dal punto di vista strumentale, rappresenta forse la prova più riuscita dei VDGG. L'organo di Banton non fa più "riffettini", ma costruisce di nuovo le cattedrali sonore dei vecchi album, sorrette dalle robuste fondamenta di Evans, che riesce a tenere dei tempi veramente impossibili. La suite non ha tante parti diverse come "A Plague Of Lighthouse Keepers" (da Pawn Hearts), ma riesce lostesso ad alternare momenti schizzofrenici dominati da Jackson e dal suo sax sanguinante, a parti più calme, decorate dalla voce. Ma la protagonista assoluta della canzone è lei, "MeurglysIII". Stavolta Hammill non si limita ad usarla per accompagnarsi, ma si lancia in complicati fraseggi ed improvvisi interventi degni del miglior Robert Fripp. Gli ultimi 5 minuti della suite ospitano un superbo dialogo appunto fra Meurglys e il sax di Jackson, che sembrano fare a gara per chi riesce a trovare i suoni più assurdi. Esaltante. Dialogo che poteva tranquillamente durare altri 6 minuti ed andare a concludere bene l'album al posto dell'imbarazzante "Wondering", l'unico punto veramente basso dell'album.

Per concludere, il mio giudizio su questo "World Record" è più che positivo. Tuttavia, benchè nella suite vengano toccati momenti di pura estasi musicale, l'album presenta diversi punti deboli, e questo non mi consente di dargli il massimo dei voti. Un oggetto che comunque non può mancare nello scaffale di chi ama questa grande band.

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