Copertina di Viagra Boys Street Worms
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Per appassionati di post punk, alternative rock, nuovi talenti europei e chi cerca musica dissacrante e ironica.
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LA RECENSIONE


C'è del marcio in Svezia.
Ce n'era anche nel duemiladiciotto.

"Street Worms", "vermi di strada". Esordio della band svedese capitanata da un americano, Sebastian Murphy al canto, un'ascite preoccupante coltivata come una gravidanza senza fine (…); baby face Oskar Carls per sassofono e seconde voci, Henrik Höckert al basso, Tor Sjödén alla batteria, Martin Ehrencrona alle tastiere, buonanima di Benjamin Vallé, il satiro ridente, fondatore del gruppo e promotore della scena svedese, dio l'abbia in gloria, alla chitarra.


Principia con la descrizione di un marito pentito dall'aver consumato rapporti lubrichi con una capra, in un seminterrato dalle luci rosse, "Down in the Basement".
Si sta confidando con un amico che lo rincalza con domande sul significato del suo gesto, alla fine decide di assassinare l'amico prima di tornare dalla moglie, perché del suo vizio non si deve sapere in giro.
Ballonzolante tour de force di basso-batteria, schitarrate funky, sbraitate e risate dalla lex salica del gringo scandinavo Murphy, da barzelletta scollacciata, per tracannare velocemente il primo bicchiere rompighiaccio e scaldarsi.


"Slow Learner", "ritardato", il ritratto di uno studente dal lento apprendimento, che ha frequentato il liceo fino a ventidue anni, che comunque riesce ad apprendere cento parole l'ora.
Infondo siamo rimasti ragazzini e anche ritardati.
Montante da jingle del Superbowl (ecco omaggiate le origini californiane di Murphy), bluesaggiato para-ska rumoristico, da confraternita "Animal House" con David Thomas, brillo a fare da trascinatore.
Su le mani per il Signore.
Il secondo boccale, andato.

Facciamo un po' di "Sports" alla terza traccia, per migliorare in salute, solo per un po' di "Lust for Life": basketball, baseball, volleyball, "getting high in the Morning", "ubriacarsi la mattina", "buying things off the internet" , "comprare le cose di internet".

Il quarto comandamento è la cavalcata psycho-dance/punk di "Shrimp Shack", à la Franz Ferdinard che furono, con le tastiere dei The Sound of Liberty più enfatici, la tracotanza degli Stranglers, i tremori della chitarra reediana con la Maschera Blue di Robert Quine. Via, la terza pinta di scura e ancora non sentirla.


"Just like You", "avrei potuto essere come te", il quinto giro un po' incupisce, s'incespica un po', magari al sesto andrà diversamente, chissà.
S'apre col calco del giro di basso di "Figurative Theatre" dei Christian Death, col cantato caracollante di Tom Waits nella Macchina d'Ossa, "Bone Machine", che beve un drink gomito a gomito, al bancone, con Ian Dury, pomiciando un po'.
Lo stesso registro della coppia di fatto Tom Waits & Ian Dury, ma improvvisamente rianimato nell'umore dalla sesta poppata, nell'accusa d'infamia e spionaggio all'Uomo Rana, "Frogstrap".

Non è che ascoltiamo solo album tardi dei classici del rock o bands anni Ottanta, mentre alziamo i boccali per la settima in levare, con "Shrimp Shack" si può dire che ascoltiamo e amiamo anche i Black Keys e gli Idles.
Questo dev'essere chiaro.
Prosit.


Il capolavoro quasi alla fine giunge, brulica nel prefinale, "Worms", "Vermi", concede ai polmoni un attimo di riposo un metro e ottantatré sottoterra, per ripensare alla messa in scena del finora.

Ci sarà tempo poi per terminare e farsi fermare il cuore in un senza parole, nel congedo involuto, lo strumentale dub, free jazz, post-punk stiracchiato di "Amphetanarchy".

Ma non è ancora la fine, ora è tempo di cantare i Vermi.
Trova sfogo alla suppurazione del divertimento forzato, in una ballad ebbra a passo di vomito. E se ciò che s'agita nel ventre non fossero succhi gastrici ma vermi? Apre ai conati ancora secchi del basso cadenzato, attende al varco i contrappunti di sassofono dopo una strofa e mezza di sonno agitato.
Sono sicuramente le tre di notte della sofferenza epatica.
Lamenti in iperglicemia da intossicazione.
Interferenze rumoristiche, un incontro improbabile nel cesso dell'Anderes Ufer del crooning debosciato di Iggy Pop e una variante triste e in ciabatte degli Swell Maps.
3:30, può andare.

Sebastian Murphy s'esibisce nell'ennesima grande prova d'autolesionismo canoro ridente. Spoken words, canticchiato, recitativo, infine sbraitato.

"They're gonna eat you up,
gonna slither all around you,
touch you everywhere".

Candaulismo famigliare inverminito, dalla bocca dei giorni cantati, uno due tre. Si scherza un po'. Balliamo?

"We got the same worms, baby".

La combo non sarà più così artisticamente potente, nel giro di un solo grande esordio, replicando in altri dischi ciò che fu cachettico e glorioso; mai al livello di ciò che fu in questo tunnel squatter ricavato nel garage di un condominio di Stoccolma, pieno di lattine di birra economica 8.0 vuote.


Il perimetro sghembo di un catalogo ennagono di fallimenti.
Una ruota di spigoli, non gira se non sfasciandosi rotolando di balzo rovinoso in balzo, al prossimo futuro.


"The same worms that eat me will someday eat you too".

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Riassunto del Bot

La recensione celebra 'Street Worms' come un debutto brillante dei Viagra Boys, ricco di ironia e riferimenti culturali. L'album combina sonorità post punk irriverenti con testi grotteschi e satirici, tra storie di eccessi, deviazioni e critica sociale. Emerge un'atmosfera barcollante, dissacrante e coinvolgente, impreziosita da una band variegata e una voce unica. L'opera spicca nel panorama alternative europeo.

Viagra Boys

Viagra Boys sono un gruppo post‑punk svedese di Stoccolma guidato dal cantante statunitense Sebastian Murphy. Debuttano con Street Worms (2018), seguiti da Welfare Jazz (2021) e Cave World (2022). Il chitarrista e cofondatore Benjamin Vallé è scomparso nel 2021.
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