Con ogni probabilità (poi, chiaramente, ognuno ha i suoi gusti) a distanza di 24 anni questa resta il film più riuscito (e più geniale) di Wes Anderson, un regista tanto visivamente istrionico quanto, a volte, un po' troppo perso nei suoi mondi così da "ripiegare" il proprio talento su sé stesso ("Grand Budapest Hotel" ne è un esempio perfetto). Ma qui no, qui azzecca il film della vita (complice la sceneggiatura scritta in coppia con Owen Wilson) nonostante avesse solo 33 anni e fosse solo al suo terzo film (i precedenti, "Un colpo da dilettanti", 1996 e "Rushmore, 1998, erano passati inosservati).
Il mondo di Andersson è popolato da figure caricaturali sempre così uguali e così ripetitive (e così inadeguate alle esigenze del mondo) di cui "I Tenenbaum" è un perfetto campionario. E, nonostante la giovane età, puo' contare su un cast all star che la Touchstone, generosamente, gli mise a disposizione: Gene Hackman, Anjelica Huston, Ben Stiller, Gwyneth Paltrow, Luke Wilson, Owen Wilson, Danny Glover ed il solito, immancabile, Bill Murray. Le vicende ruotano attorno all'anziano Royal Tenenbaum (Gene Hackman) il quale a causa del proprio reiterato egoismo ha rotto con la moglie (Anjelica Huston) ed ha cresciuto dei figli "imbottiti" di insicurezze (Chas, Ben Stiller, analista finanziario; Margot, Gwyneth Paltrow, drammaturga; Richie, Luke Wilson, tennista). L'ex moglie si sta, nel frattempo, risposando (il nuovo marito lo impersona Danny Glover): Royal finge un malanno in fase terminale. Vuole farsi ospitare dai figli dato che è rimasto in bolletta o, semplicemente, intende "sabotare" il matrimonio dell'ex moglie?
E' una commedia acida, con un ritmo (quasi) sempre sostenuto (ogni tanto, ma davvero in modo diradato, il ritmo pare rallentare immotivatamente) che tratta i personaggi del cast come dei cretini in formato fumetto o cartoon (come nei Simpson o nei Griffin, qui tutti hanno lo stesso vestito: indimenticabile l'eterna tuta rossa dell'Adidas che Ben Stiller non toglie mai, nemmeno quando lavora) e disegna un'America talmente fuori di testa da risultare più vera del vero. Costruito come una lunga fotografia (poco montaggio, molte inquadrature fisse) in cui ritagli di riviste e titoli di giornali completamente inventati (ma dannatamente realistici) costringono i protagonisti a fare i conti coi pilastri dei Miti made in USA: l'importanza della famiglia; l'eterna seconda possibilità che si vorrebbe (e si dovrebbe) concedere a tutti; le ambizioni smisurate; il luto come "passaggio" da cui non si puo' prescindere. Wes Anderson, con uno stile cromatico ai limiti del geniale, fa a pezzi tutto ciò, e lo fa facendoci ridere. Operazione complessa, ma straordinariamente riuscita.
Ogni personaggio ha un riferimento, più o meno chiaro: Owen Wilson, che interpreta uno scrittore drogato e fanfarone si ispira a Cormac McCarthy; il cane di Ben Stiller rimanda a Snoopy e più in generale il regista dichiarò di essersi ispirato ai Peanuts, come evidente nelle caratterizzazioni dei tre, complessatissimi, film di Papà Tenenbaum.
Un film che apre molti quesiti, non fornisce risposte lasciando che sia lo spettatore a tentare di "colmare" il vuoto.
Colonna sonora da urlo, mixata nel film in modo mirabile: dai Beatles arrangiati da Mark Mothersbaugh a Bob Dylan, da Nico a Johnny Cash, dai Rolling Stones di "Between the Buttons" ai Clash , dai Ramons a Paul Simon passando, tra gli altri, per Maurice Ravel (ma ci sono anche Elliott Smith e Van Morrison). Uno dei film più belli, originali e divertenti post-2000. Ottimi gli incassi, nessun Oscar vinto (ma và?); Gene Hackman dovette "accontentarsi" di un Golden Globe.