Sì, ci sono altre recensioni e no, non mi importa. Parlare dei capolavori è un pregio e dovrebbe sempre essere cosa giusta.

"Fu un momento imbarazzante: lei se ne stava timida a testa bassa per dargli l'occasione di avvicinarsi, ma lui non poteva, non ne aveva il coraggio, allora lei si voltò e se ne andò" In the mood for love

Quando le inconfondibili note del'iconico tema musicale (Yumeji's Theme di Shigeru Umebayashi) iniziano a suonare, immediatamente vengo riportato con la mente al momento di quella prima visione di molti anni fa, e subito anch'io ripenso al tempo trascorso e perduto. Anch'esso, così come il tempo di chiunque, destinato a vivere solo nello spazio concesso dai ricordi.

"La radice di tutti i problemi dell'uomo è la memoria. Senza ricordi ogni giorno sarebbe un nuovo inizio" Ashes of Time

I ricordi, che ci definiscono e contemporaneamente incatenano.

"I ricordi sono sempre bagnati di lacrime" 2046

Un ricordo, come la storia di Su e Chow, forse solo immaginata, di certo mai vissuta. In quell'insieme di pudore e timidezza di ogni sguardo, di ogni gesto, c'è il senso di un amore destinato fin da subito al non compimento, tra due persone che si sfiorano senza mai incontrarsi veramente. Se non per il breve attimo in cui due mani si tengono per una prima e ultima volta.

Un sentimento infine perso nei mari del tempo e dello spazio, sopravvissuto però nella mente, come un'ipotesi di felicità, come un segreto da sussurrare nel buco di un albero appena prima di essere richiuso lì dentro per l'eternità. O forse solo come il ricordo di un sogno amaro, un sogno al cui termine scorrono le lacrime del risveglio, in quanto irrealizzabile.

D'altronde, tutta la nostra vita non è che una percezione di sentimenti e desideri frutto della solitudine.

Ma cosa distingue In the mood for love dai molti altri film, anche capolavori (pensiamo a L'età dell'innocenza) che hanno narrato e descritto, per struggenti immagini, la condizione di un amore soffocato, trattenuto, represso per via (anche) dello stigma sociale e della mancanza di condizioni per poter essere espresso? Al di là dello stile sublime e meraviglioso di Wong e della fotografia dell'ineffabile Christopher Doyle, nonché della classe e bellezza senza eguali di Maggie Cheung e Tony Leung, a innalzare ogni cosa, e rendere questo uno dei più grandi film di sempre, è proprio la riflessione onnipresente - e centrale in tutta l'opera del regista di Shanghai - sul tempo.

E il cinema di Wong Kar-wai è particolarmente duro e amaro proprio perché ti mette di fronte a qualcosa a cui tutti, purtroppo, dobbiamo far fronte nel corso di quel fiume che è l'esistenza: lo scorrere del tempo, il suo essere intangibile e inafferrabile, il suo divorare tutto, epoche, stati d'animo, figure e rapporti senza possibilità di tornare indietro, che si sia pronti o meno.

Wong parla della condizione universale, ti mette di fronte all'irrimediabilità del rimpianto, alla crudeltà dei capricci del destino e dei mancati incroci, dovuti alle insicurezze ed esitazioni, e in questo, c'è qualcosa di sconvolgente. Wong dice tutto questo con una poesia e una bellezza di stile inimmaginabile, un po' come affondare nel petto una lama con delicatezza, ma la lama di un coltello non lascerà mai senza ferite profonde.

Perché il passato resta un luogo attraversato dalla nebbia, da poter osservare per versar lacrime, anche quando i ricordi si affievoliscono e il tempo diventa quindi cenere. Prima di perdersi in una notte piena di oscurità e prendere un treno per una meta indefinita, verso un destino incerto.

Carico i commenti... con calma