Che l’animo umano sia un’erma bifronte dove una delle due facce ride per il pianto dell’altra, lo dicono opere come "Book Of Shadows"; unico e solo lavoro imputato direttamente a Zakk Wylde, ne rivela la parte più profonda e malinconica, quella a mio avviso più vera e sincera.
Non un lavoro contaminato dai suoi consueti registri thrash, assoli e riff micidiali, ma un disco immensamente sentito dove ballad e momenti acustici ne padroneggiano quasi tutti i 50 minuti. Tutta l’ atmosfera del disco è completamente segnata da un sapore intimista e tenebroso; le immagini interne dell’artwork sono assai eloquenti al riguardo; su tutte primeggia un’impostazione manichea e mazdeista dell’esistenza; in uno sfondo mistico e buio come la più nera delle notti troneggiano due immagini contrapposte; il demonio e la vergine, espressioni assolutamente rivelatrici della “parte” di animo esternata da Zakk in questo disco..
E’ come se il demoniaco angelo del New Jersey volesse farci riflettere sull’assoluto bifrontismo delle situazioni e (in questo caso) delle sue canzoni; il male è simya Dei; dotato di propri cherubini, gendarmi, sagrestani, ministri o semplicemente uomini qualunque, risplende di fulgore anche senza virtuosismi. Del resto, nello sfondo “iconografico” delle immagini più particolari del cd non mancano riferimenti ancora più pittoreschi a quest’idea; su tutte mi ha colpito un immagine settecentesca che rappresenta la leggenda del Trillo del Diavolo di Tartini; Mefistofele che “concede”, in sogno al violinista italiano la litania più bella che sia mai stata suonata con un violino: peccato che al suo risveglio il musicista passerà notti e notti insonni nel vano tentativo di trascriverla così come l’aveva sognata, riuscendo però soltanto a proporre un pallido detrito di quello che le sue orecchie avevano “sentito” nell’altra dimensione…..
Che la bellezza di queste canzoni debba giustificarsi allo stesso modo? Difficile dirlo, certo è che questo "book of shadows" è un lavoro completo, lineare e d’una intensità veramente disarmante, dove un musicista dal cuore maledettamente southern accantona la sue immensi doti chitarristiche, per “comprimerle” a favore di canzoni dove a fare da padroni sono chitarra acustica, piano ed armonica (inutile dire che, eccettuati batteria e basso, qui Zakk è polistrumentista). I momenti heavy sono ridotti all’osso e gli assoli micidiali semplicemente accennati qua e là; le linee chitarristiche elettriche, invece, laddove erompono lo fanno quasi senza “intromettersi”, ma concedendo semmai alla canzone quel valore aggiunto impossibile ad un musicista “normale”. In ogni caso (ed è questa la cosa veramente importante) anche senza l’esternazione di quella tecnica superiore, quasi tutte le songs di questo cd mantengono intatta la loro bellezza, perché a differenza di tanti “guitar heroes”, il fine di Zakk non è “la maraviglia”, ma musicare le sue emozioni più profonde; che poi a farlo sia uno dei più grandi chitarristi della scena metal è quasi un “dettaglio” in un disco come questo; la sua bellezza, un po’ come quella femminile, persuade immediatamente da sé l’animo umano.
Davvero difficile isolare i momenti migliori di quest’album perché quasi ogni suo tassello è pervaso da un’evanescente sfondo oniricheggiante, surreale e intimisticamente malinconico. Da questo punto di vista i momenti più “sentiti” sono senza dubbio “Too Numb To Cry", la dolcissima “I thank you child” dedicata al suo “Zakkino” o la opener “Between heaven and hell” momento questo, sicuramente più country del disco; a caratterizzarlo nello specifico anzi è l’uso di una tecnica chitarristica molto particolare, assolutamente estranea di per sé al mondo metal e propria della musica country; mi riferisco al c.d. chicken pickin, stile esecutivo molto simile a quello di Albert Lee, uno degli artisti di riferimento di Zakk.
Non bisogna dimenticare che quasi tutto il disco risulta pervaso da melodie molto West–Coast, degli anni 70. Non ci sono però soltanto momenti alla “Neil Young" in questo "Book of Shadows": nonostante la persistenza dell’impostazione malinconica, a padroneggiare la sei corde del disco è pur sempre uno dei migliori chitarristi metal. E così il ricorso alla scala pentatonica minore eseguita a plettrate alternate crea il “suo” solito (e distintivo) attacco inatteso in quelle che secondo me sono le canzoni più belle del disco: mi riferisco al superlativo trittico "Sold my souyl, Road Back Home e Way beyound Empty": tre ballate semiacustiche “elettrizzate” da una coda funambolica da pelle d’oca.
Un cenno a parte merita invece, "1000 miles away", dove tra sound molto vicini ai 'soudgarden' o ancor di più agli 'alice in chains'; si tratta, comunque, del pezzo davvero più metallico del disco; incastonato in una ipergalattica progressione chitarristica, ci ricorda che la sei corde di questo disco non è solcata da mani umane… .
Una sinderesi musicale, un’alchimia perfetta di malinconia insaporita dal più sublime (e al tempo stesso discreto) dei tecnicismi; questo è "book of shadows"; ascoltatelo senza tener conto di chi lo suona e lo canta.. sarà lui ogni tanto a farvelo presente… .. Quando un artista tecnicamente così dotato riesce a convincere semplicemente per la melodia, quasi sbarazzandosi delle sue doti, allora secondo me si può davvero cominciare a lambire l’empireo musicale…..
Dedicato alla fulgida memoria di Syd Barrett; ciao inconsapevole pifferaio da cui tutto cominciò… .