MINACELENTANO (1998) s.v.
Fine dicembre 1998. In un cinema che oggi non c'è più, in una sala strapiena (quando al cinema ci si andava ancora) io con un mio amico aspettiamo che inizi “The Truman Show”. Bello, bellissimo. Prima, i soliti trailer. “La vita è bella”; “Tre uomini e una gamba”; “Mulan” (wow, eravamo felici e non lo sapevamo). Finiti i trailer inizia il film. No, aspetta, c'è un cartone animato. Due paperi che assomigliano a qualcuno, aspetta chi? Ah sì, Celentano e Mina. Noi avevamo 14 anni: Celentano l'avevamo bene o male visto in televisione, Mina ce l'avevano raccontata le nostre mamme. E, in una specie di villaggio simil-Pinocchio della Disney, i due attaccano a cantare una canzone in pugliese che continua, ossessivamente, a ripetere “Che t'aggià dì, che t'aggià fà”, e vengo a conoscenza del termine, a me all'epoca ignoto, “paliatone”. Io ed il mio amico ci guardiamo come dire: ma che cazzo succede? Dopo 5, interminabili, minuti i paperi si levano dalle palle ed il film inizia. Capii anni dopo che si trattava della parodia di “Ieri, oggi, domani” con Celentano-papero in versione Marcello Mastroianni e Mina-papera in versione Sophia Loren.
E capii anche che si trattava di un brano tratto da quello che venne definito da più parti il “disco-evento” dell'anno: “MinaCelentano”. Vendette quasi 2 milioni di copie (è il secondo album più venduto in Italia di sempre) ed in effetti il battage pubblicitario fu al limite dello stalkeraggio: tv, radio, manifesti pubblicitari, McDonald's (pure lì!), cinema, teatri. Come ti giravi te lo “sbattevano” in faccia: alla fine o lo comperavi o lo odiavi. Menomale, unica consolazione, che non c'erano i social. 2 milioni di copie, dico 2: e si tratta di un lavoro in gran parte trascurabile e sommariamente fallimentare. Impossibile classificarlo, dargli un voto: 1 stellina secondo il giudizio debaseriano? Troppo. Mezza? Non si puo' mettere. Diciamo senza voto, famo prima.
Il singolo in rampa di lancio fu “Acqua e sale”, che poi è l'unica cosa decente del disco. Decente, mica bella. Almeno con gli anni il brano non è passato di moda (soprattutto nei karaoke va ancora fortissimo, ma lì vanno fortissimo persino i Jalisse!) perchè del resto, delle restanti 9 canzoni non credo si ricordi nulla nessuno. Forse, ma dico forse, “Brivido felino”. Il resto una pena. Ed è gravissimo considerati i nomi dei due artisti in “gioco” e i due colossi che lo producono: la PDU di Mina e, soprattutto, Mediaset, quest'ultima sicuramente appagata dalle vendite ma non così appagata dal punto di vista artistico (che poi a Mediaset interessavano i soldi, mica l'aspetto artistico, questo lo so, però suvvia...). Molti brani sono firmati dagli Audio 2 che siccome avevano imbroccato una canzoncina di successo qualche anno prima, “Alle venti”, vengono chiamati a salvare la baracca, manco fossero i Pink Floyd. Già “Acqua e sale” ha un testo abbastanza tremendo (il passaggio sulla moto col motore truccato è da cinema horror), in più gli arrangiamenti sono più o meno tutti uguali, e che vuoi dire a quel punto?
Gli Audio 2 firmano anche l'invereconda “Specchi riflessi” (con 2 intermezzi parlati celentaneschi che dovrebbero far sorridere, ma niente); la lugubre e vecchissima “Io ho te” (canta solo Mina), mentre il resto è affidato a Paolo Audino, Giulia Fasolino e c'è pure una cover di “Sempre, sempre, sempre” di Gianni Farè, 1976. Intermezzi comici a parte, Celentano ci infila anche 2 canzoni sue. “Io non volevo” e “Dolly”. La prima è una roba cialtronesca oltre ogni limite, pure di cattivo gusto: sentire due 60enni che tubano parlando di mani che scendono in posti proibiti fa anche un po' schifo; la seconda è una “sparata” tipicamente “celentanesca” nei confronti degli uomini (riesce pure ad infilarci un mini-sermoncino contro i governi criminali e la pena di morte) in cui si esalta la natura dell'animale, in questo caso un cane, rispetto alla natura umana. Lui canta cambiando la voce: fa prima l'uomo e dopo il cane, e sono vietate battuttacce. Chiude il quadretto una lagna, fortunatamente brevissima (meno di 3'), a firma (ma va là) Massimiliano Pani.
Uno strazio lungo 45' che, al di là delle vendite, non credo abbia soddisfatto né i fans di Celentano né quelli di Mina (anche se, nel 2017, i due ci riproveranno, sempre con successo, con “Le migliori”: un po' meglio). Ne esiste anche, Dio ce ne scampi e liberi, una versione natalizia.
Le canzoni sono tutte molto orecchiabili, e ben confezionate, ma manca quel guizzo di genialità.
Sono soprattutto gli interventi di Celentano a rendere l'album degno di nota.