Opera complessa, oscura, onirica, che restituisce all'universo della musica estrema una band sempre più in forma e sicura, grazie al supporto dei propri mezzi e delle proprie capacità professionali. Ecco quindi l’ennesima dimostrazione di forza, resa pubblica nell’album "Words that Go Unspoken Deeds that Go Undone" (non è facile tener a mente un titolo simile!), pubblicato durante il corso del 2005, full-length che giunge dopo l’opaco "Choronzon" che non aveva convinto a pieno critici e fan, a parte qualche song ben riuscita come “Praise the Name of Satan”, “Bathykolpian Avatar” e in particolar modo "Leviathan", il cui videoclip è forse uno dei più intriganti, passionali e seducenti che io abbia avuto modo di vedere in questi ultimi anni. Con il nuovo lavoro, siamo, per l’ennesima volta, di fronte ad una band che viene presentata dai critici come il volto acculturato e diligente della scena estrema, grazie al loro look "raffinato" (in giacca e cravatta!) e all'approccio devoto al culto satanico.
Per certi versi questi sono solo dettagli, per altri questi pochi dettagli sono sufficienti per sconsigliarne l'ascolto. Ma... passiamo ad analizzare uno dei lavori più sofisticati e variegati che la loro label statunitense (Earache = letteralmente mal di orecchie) abbia mai pubblicato sin dalla sua nascita. Andando ad analizzare il sound generale che emerge da ogni singola canzone, è importante dire innanzitutto che per tutta la durata dell'album l'ascoltatore assiste a parti vocali ben strutturate e ad eleganti tastiere, che attraverso la loro particolarità, tengono alta l’attenzione soprattutto sulle parti melodiche ed articolate. Per quanto concerne la parte black/death invece, si possono subito notare le influenze, catalogate prima di ogni cosa nel death/brutal floridiano (stile Deicide) per poi passare per le varie sonorità black norvegesi, feroci e sofisticate, prendendo come modelli fondamentali la melodie prodotte dai Borknagar (vedasi "Verdelet") dai Satyricon dell’”età moderna” o gruppi come i compagni d'etichetta Lunaris (band estrema di origine norvegese con membri facenti parte sia dei Borknagar che degli Spiral Architecht), senza tralasciare, seppur in pochissimi sprazzi sonori (soprattutto per quanto riguarda la voce) la musica dei conterranei Cradle of Filth (vedasi "The Penance").
In generale un disco ben strutturato e definito, da ascoltare solo se si apprezza il black metal più profondo (tipico di Dødheimsgard o Lunaris per fare un esempio), ma da evitare se non sopportate il blackened death mescolato a generi differenti, alcune parti sono in stile “progressive” come nella title-track “Words That Go Unspoken, Deeds That Go Undone” e in “Intractable”, in altri punti si evince lo stile gothic metal come nella traccia conclusiva "Lex Talionis". Per quanto mi riguarda, ritengo che questo lavoro meriti più di un ascolto affinchè lo si capisca; forse nel songwriting ci vuole ancora un po’ più di esperienza e ispirazione anche se il britannico Jason Mendonca dimostra di usufruire già di una base più che buona per far fronte ai lavori che intenderà pubblicare per il futuro della band.
"Words That Go Unspoken Deeds That Go Undone" è, dunque, un'opera di non semplice assimilazione, non priva di minute sbavature, ma degna di attenzione e di considerazione, rivolta ai sostenitori dei generi più estremi della musica odierna, oltre che un indizio più che incoraggiante per quello che riguarderà il futuro dei britannici di Londra.
In questo album c’è la bestia per davvero.
MendoÇa fa il diavolo a quattro (!) per riuscire. E ci riesce.