LILLY 7,5/10 (ringrazio l'amico L.S. per la pazienza)
“... Su “Lilly” c'è sempre molta reticenza perché è legata ad una persona che non si chiama Lilly ed è una canzone che di solito faccio solo a Milano perché lì l'ho fatta, lì l'ho sentita e lì l'ho vissuta. Mi è capitato poche altre volte di cantarla. Però, ad esempio, mi è capitato a Rebibbia in un reparto femminile, un po' di anni fa. Perché ho sentito vicina quella realtà. Ci sono delle canzoni che sono intoccabili, una di queste è “Lilly”, che va fatta solamente nei casi in cui la coscienza, il ricordo non ti fa male, quando serve a qualcosa...” (Antonello Venditti, da un'intervista a Carlo Moretti).
“Lilly” non è il miglior album di Venditti, i due precedenti gli stanno due spanne sopra (“Le cose della vita”, 1973; “Quando verrà Natale”, 1974) eppure questo lavoro, uscito nel 1975, rappresenta il punto di svolta della carriera del cantautore romano ai tempi “esiliato” a Milano (dove risiederà sino al 1982). Perchè se esclusa la parentesi de “Roma capoccia” (prima in classifica ed inserita nel disco “diviso” a metà con Francesco De Gregori, “Theorius Campus”, 1972) fino a quel momento il successo gli era sempre sfuggito, invece “Lilly”, il singolo, raggiunse l'agognata vetta della hit parade. Non la prima canzone a toccare il tema della tossicodipendenza, ma una delle prime in Italia, ebbe terreno fertile grazie alla notevole costruzione musicale con quel nome femminile ripetuto a mò di “martellio” e l'alternarsi di frasi ad effetto che si concatenano in modo, diciamo, “saltellante”. Nel 1975, ironia della sorte, l'album più venduto in Italia fu “Rimmel” di De Gregori, ma “Lilly”, che uscì a fine 1975, se la cavò egregiamente ed anche il 33 giri volò in classifica (l'undicesimo più venduto a fine anno) e perno di uno spettacolo teatrale, titolato “Lilly”, che Venditti portò in giro nell'inverno 1975-1976. Il lato B era “Compagno di scuola”: Venditti è uno che gli umori del Paese li ha sempre saputi “fiutare” con largo anticipo rispetto ai propri colleghi e così se negli anni '70 aveva intuito che il cantautorato politico vendeva (a pacchi spesso) negli anni '80 capì che a farla da padrone in Italia era il disimpegno, la voglia di pensare più a sé stessi che alle vicende del mondo (il famoso “edonismo”), abbassò la qualità degli album (sia musicalmente sia, soprattutto, a livello di scrittura dei testi) vendette come pochi (“In questo mondo di ladri”, 1988, sfiorò il milione e mezzo di copie) salvo poi “sgonfiarsi” e perdersi totalmente negli anni '90. Ma nel 1975 un brano come “Compagno di scuola” sapeva ancora scriverlo: la nostalgia (e l'amarezza) delle lotte scolastiche ai tempi del '68 (che era stato “solo” 7 anni prima!) in una serie di immagini che ne descrivono il periodo (“... tutti al bar/dove Nietzsche e Marx/si davano la mano”), un pianoforte in bella mostra e l'autobiografia è servita. Il finale, in cui entra la batteria, recita: “Compagno di scuola, compagno di niente/ti sei salvato dal fumo delle barricate?/Compagno di scuola, compagno per niente/ti sei salvato dal fumo delle barricate?/Compagno di scuola, compagno per niente/ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?”. Il compagno di scuola non lo so, ma Venditti sicuramente la banca se la sarà pure comperata, dopo. Vecchia storia.
L'altro brano fondamentale dell'album è “Lo stambecco ferito”, a mia personale opinione la canzone più bella dell'intera discografia “vendittiana”. E' un lungo brano pianistico in cui il nostro “romanza” la vicenda di un tale (un bracconiere, per l'esattezza) che si picca di voler uccidere uno “stambecco” (metafora dell'imprenditore Felice Riva, l'imprenditore frustatore). Il testo è bellissimo, ma mica per scherzo ed intervistato da “Ciao 2001”, molti anni dopo, Venditti spiegò meglio le cose (con piccola, e forse inutile, polemica): “... Non ho dato il tempo al bracconiere di scegliere […] La canzone vuole aprire un caso di coscienza, stimolare l'ascoltatore, senza rispondere alla domanda se sia giusto uccidere per motivi politici. Comunque c'è differenza tra la rivoluzione vera e propria ed un gesto isolato, inutile, controproducente. E' per questo che non condivido per esempio l'atteggiamento dell'anarchico della Locomotiva di Guccini”. La “coda” pianistica finale pare Keith Jarrett, chapeau. “... Mi ricordo che nello stadio di San Siro nel 1992, in uno stadio che aveva voglia di cantare, di essere felice […], ho cantato “Lo stambecco ferito”. A volte sentire 70 mila persone ammutolire è più importante che sentirle applaudire”. Se si esclude l'appassionata “L'amore non ha padroni”, il resto non è all'altezza dei succitati brani.
"Un capolavoro è 'Santa Brigida', cantata in romanesco con una partecipazione così intensa da trascinare l'ascoltatore."
"Ancora oggi quando ascolto 'Compagno Di Scuola' mi viene la pelle d'oca."
Lilly rappresenta la più intensa, dolorosa, struggente canzone italiana mai scritta sul tema delle droghe.
Solo 7 brani che rappresentano la summa di un periodo, di un pensiero, di un uomo e di un artista.
Lilly è il disco che meglio si sposa con tutto questo.
Antonello ci riuscì ed ebbe grande parte in tutto questo, così come l’amico De Gregori e pochi altri.