Con Potrebbe anche non esserci più un mondo Adelphi propone un’operazione editoriale tanto sobria quanto significativa: la pubblicazione autonoma di una singola, lunghissima lettera di H. P. Lovecraft. Non si tratta di un testo narrativo né di un saggio concepito per la stampa, ma di un documento epistolare che, sottratto alla sua funzione privata, viene offerto come oggetto letterario e testimonianza diretta del pensiero dell’autore.

È necessario precisare che la lettera non è inedita in senso assoluto. In forma ridotta e con tagli consistenti, essa era già apparsa nel volume L’orrore della realtà, curato da Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco per le Edizioni Mediterranee. In quel contesto il testo era inserito in un progetto più ampio, volto a restituire il Lovecraft saggista e teorico del fantastico. Nel panorama editoriale italiano, insieme a Lettere dall’altrove pubblicato da Mondadori, L’orrore della realtà resta uno dei pochissimi volumi a contenere materiale epistolare di Lovecraft. Adelphi sceglie invece di isolare una singola lettera, trasformandola in un libro autonomo e accentuandone il carattere di manifesto intellettuale.

Il contenuto del volume mette subito in crisi l’immagine più diffusa di Lovecraft come autore esclusivamente dedito all’orrore cosmico. Qui non compaiono entità aliene o visioni apocalittiche, ma una lunga e articolata riflessione su storia, civiltà, gusto e decadenza. La prosa è argomentativa, talvolta ossessivamente razionale, priva di qualsiasi concessione all’effetto letterario. Lovecraft non racconta: espone, ordina, giudica.

È proprio in questo giudizio che emerge con forza il lato più problematico del testo. La lettera restituisce un Lovecraft profondamente conservatore, esplicitamente ostile alla democrazia, e convinto che l’eguaglianza politica e culturale rappresenti un fattore di degrado piuttosto che di progresso. La modernità democratica è vista come un livellamento verso il basso, un processo che sacrifica la competenza, la gerarchia e la tradizione sull’altare della quantità e del consenso. In questa prospettiva, la civiltà non avanza: si consuma. Lovecraft difende una visione elitaria della cultura, fondata sulla selezione, sul gusto e sulla continuità storica.

Questa postura ideologica illumina retrospettivamente anche la narrativa lovecraftiana. Il celebre pessimismo cosmico, spesso letto in chiave metafisica o scientifica, trova qui una traduzione storica e politica: l’orrore non nasce solo dall’insignificanza dell’uomo nell’universo, ma dalla convinzione che le strutture culturali siano irreversibilmente compromesse. Il titolo del volume — Potrebbe anche non esserci più un mondo — va letto in questo senso: non come annuncio apocalittico, ma come constatazione della fragilità della civiltà occidentale sotto la pressione della modernità democratica.

La lettera procede per accumulo di argomentazioni, spesso reiterate, e costruisce un discorso compatto, talvolta rigidamente schematico. Questo può rendere la lettura impegnativa, ma contribuisce anche a restituire l’immagine di un Lovecraft intellettualmente coerente, poco incline al compromesso e totalmente privo di autocensura. Non c’è qui alcun tentativo di rendersi accettabile al lettore contemporaneo.

L’operazione di Adelphi, sostenuta dalla cura e dalla traduzione di Ottavio Fatica, assume dunque un valore preciso: esporre Lovecraft nella sua interezza, senza filtrare o attenuare le sue posizioni. Il volume non mira a riabilitare né a condannare l’autore, ma a mostrarlo nel punto in cui la sua visione del mondo appare più netta e più scomoda.

Potrebbe anche non esserci più un mondo è un libro che non amplia il mito lovecraftiano, ma ne mette in luce il fondamento ideologico. Un testo destinato a lettori consapevoli, interessati non tanto all’immaginario fantastico quanto alla struttura mentale che lo ha generato. Un libro che, proprio per la sua chiarezza e la sua intransigenza, continua a disturbare.

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