Copertina di Black Flag Loose Nut
PABLO!

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Per appassionati di hardcore punk, fan del punk rock anni '80, amanti dei riff di chitarra aggressivi e della musica alternativa dal forte impatto emotivo
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LA RECENSIONE

A cosa servirà mai ripetersi? A nulla. ‘Fanculo chi si ripete. Rispetto massimo per Greg Ginn e la sua banda di buontemponi che una volta canonizzato l’Hardcore con "Damaged", rendendolo il più veloce ed efferato possibile, hanno lasciato crescere i capelli e rimesso sul piatto i Grateful Dead, alzando con fierezza il volume.

STOP: si toglie lo spino da dietro l’orecchio, lo si accende; rallentiamo tutto, riffone su riffone, più tamarro che ci divertiamo. AVANTI!

Dopo aver istruito i Melvins e i tre mila sotto generi - dal metal alla musica popolare tibetana - che quest’ultimi hanno battezzato con "My War" nel cuore, dopo aver creato una carriera ai Fu Manchu con "Slip It In", ossessionati dalle cassette dei Sabbath post-Ozzy che si sparavano nel furgone mentre facevano su e giù per l’America, danno via libera alla propria delinquenza.

Chi li conosce li racconta come delle formiche operose che dormivano sotto le scrivanie degli uffici della SST e che dividevano il loro tempo tra l’erba d’ottima fattura e una Dan Amstrong in una sorta di rituale spappola-neuroni volto alla ricerca del riff perduto. A furia di darci dentro nel solo 1985 scrissero, registrarono, stamparono e distribuirono due dischi e un Ep. "Loose Nut" è il primo a venire al mondo. Il fratello maggiore, pecora nera e cattivo esempio per il resto della prole.

Il botto iniziale di “Loose Nut” con quelle chitarre che si propagano dalle casse alla velocità della luce; “Bastard in Love” - mezza rubata ai Pistols e mezza a qualche gruppo tamaro Hair Metal - che sarebbe piaciuta pure ai tipi di Emptyvì e che ti s’incastra tra le sinapsi quando Henry Rollins comincia a sbraitare “my love is real, my love is reeeeal”; panzer ultra cingolato - da saliva storta pure per il Tony Iommi dei tempi belli - prima di far scatenare la baraonda sotto il palco per “Modern Man”; “I’m the One” da ascoltare solo dopo le dieci di sera e con qualche litro sulle spalle con quello giro della strofa che rimani a fischiarlo per una settimana; lento incedere da messa nera, i Sabbath di nuovo a girare, prima di esplodere nel refrain: “Now She’s Black”. Le corde vocali che a momenti si spezzano.

BOOM: tutti stesi per terra. Il disco è finito. Andate in pace o rimettetelo e datevi da fare.

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Riassunto del Bot

La recensione celebra "Loose Nut" come un disco hardcore potente e simbolico nella carriera di Black Flag, sottolineando l'evoluzione del loro sound e l'influenza del chitarrista Greg Ginn. L'album è descritto come un mix di riff aggressivi e atmosfere lente che creano un'esperienza intensa e coinvolgente. I brani più iconici vengono evidenziati per la loro energia e originalità, consigliando l'ascolto a chi ama il punk e il metal.

Tracce testi video

02   Bastard in Love (03:20)

03   Annihilate This Week (04:45)

Leggi il testo

04   Best One Yet (02:37)

05   Modern Man (03:11)

06   This Is Good (03:34)

07   I'm the One (03:15)

09   Now She's Black (04:51)

Black Flag

Black Flag sono una band hardcore punk formata a Hermosa Beach (California) nel 1976 dal chitarrista Greg Ginn. Pionieri del DIY con l’etichetta SST, hanno definito l’hardcore americano con Damaged e spinto verso territori più lenti e pesanti con My War e Slip It In. Tra i cantanti storici figurano Keith Morris, Ron Reyes, Dez Cadena e Henry Rollins.
14 Recensioni