Erano giorni che mi sentivo meglio, in risalita, e poi improvvisamente le vecchie tensioni sono riaffiorate. Mi sono ritrovato a dire parole dure a chi non se le meritava affatto. Quando succede, è troppo tardi: ti rendi conto che per stare bene devi in qualche modo liberarti dello “schifo” che senti dentro.
Per tirarmi su cerco bellezza sonora. Nella mia collezione di musica niente mi risolleva in questo momento come Bobby Womack. La sua musica non è solo dolore, ma pura estasi che mi arriva piena e totale, dritta e precisa come una lama. Ho pensato a questa metafora leggendo di nuovo “Il Maestro e Margherita”, dove Bulgakov descrive così il colpo di fulmine:
“L’amore ci si parò dinnanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpì subito entrambi. Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico!”
Per me, con Womack, è stato lo stesso. Ringrazio “Secco” per avermelo fatto conoscere: sarà stato dieci anni fa, quindi vigliacco il tempo, ne saranno trascorsi almeno quindici.
Bobby Womack cresce a Cleveland, nel Midwest, a metà degli anni ’40, in una famiglia poverissima. La musica, e in particolare il gospel, diventa subito la sola via di salvezza dalla dura realtà della vita. Il primo trauma è rappresentato dalla morte del suo mentore, il grandissimo Sam Cooke: un evento che scurisce la sua musica. Da Sam eredita la capacità di scrivere canzoni immediate e accessibili ma con un’eleganza melodica fuori dall’ordinario. A soli vent’anni sposa la vedova di Sam, creando un vero scandalo nell’ambiente. Poi non c’è niente di particolarmente nuovo da aggiungere: problemi di droga, una vita amorosa tormentata e i sensi di colpa segnano la sua esistenza. Tutto questo spiega perché i suoi testi siano, fin dall’inizio, così intensi e la sua voce così irresistibilmente disperata.
“My Prescription” esce nel 1970, ma a 26 anni Bobby ha già vissuto moltissimo. L’album, il suo secondo, è ancora forse un po’ acerbo ma è già ricolmo di dolore, melodia e fascino. Quando ascolto brani come “How I Miss You Baby”, mi sembra di entrare in punta di piedi in una storia di ferite ancora vive e sanguinanti. Sono passioni difficili da spiegare. Sto lì, come un ebete, e ascolto e riascolto in ipnosi, assaporando una canzone magnetica nella sua essenzialità.
Le mie preferite sono “More Than I Can Stand” e “I Can’t Take It Like A Man”, dove Womack alterna vibrato e graffiato e cambi di tonalità per un connubio eccezionale, mentre gli archi e i fiati esaltano le numerose ondulazioni melodiche senza esagerare. In generale, “My Prescription” fonde linee di basso morbide e incisive con chitarre ritmiche e vibranti, archi delicati e percussioni sottili, accompagnando senza mai sopraffare la voce di Womack, che è e rimane lo strumento principale. La produzione di Chips Moman è calda, lasciando respirare ogni strumento, e l’arrangiamento amplifica le emozioni di ogni canzone, facendo risaltare le pause, i silenzi e i sospiri della voce.
Le cover — “Everyone’s Gone to the Moon” e “I Left My Heart in San Francisco” — vengono trasformate profondamente e hanno senso perché Womack le arricchisce con fraseggi vocali intensi, variazioni ritmiche e arrangiamenti soul che rendono ogni nota carica di emozione e trasporto.
Cosa manca? I testi, che parlano d’amore ma senza illusioni: raccontano solitudine, dipendenza emotiva, fragilità e peso degli errori. Womack non cerca redenzione o pentimento, ma accetta il dolore con sincerità, senza abbellimenti o retorica.
“My Prescription” è un invito a lasciarsi andare, a confrontarsi con le proprie imperfezioni e ad accettarsi. Ho deciso di partire da questo perché in questo momento mi si cuce addosso rispetto a quello che sto vivendo e mi veste dannatamente bene. Ascoltarlo per me è come guardarmi allo specchio con una colonna sonora che parla di cuore, resilienza e tanta vulnerabilità.
Non credo possa essere annoverato come il lavoro migliore di Bobby, ma merita di essere considerato un classico. Spero che queste parole possano avvicinare qualcuno alla sua grandiosa discografia ed invitarlo a cimentarsi in una recensione per dare il giusto credito a “Communications”, “Understanding”, “Across the 110th Street” e agli altri suoi capolavori assenti, clamorosamente ingiustificati, qui: sul sito più fiko dell'internet.
Elenco e tracce
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