Tutti col caschetto alla Beatles ancora nel 1968, anno associato a quest’album e relativa foto di copertina. “Definitely What!…” costituisce l’esordio dell’effimero gruppo Trinity di Brian Auger, musicista nato a Londra nel 1939 e tuttora fra noi: vive da tempo a Los Angeles colla moglie sarda Ella, grazie alla quale riesce a spiaccicare un poco l’italiano.
Auger fa parte di quella categoria di tastieristi che ha sempre preferito l’organo al pianoforte, per non parlare dei sintetizzatori, appena sfiorati a suo tempo e lestamente accantonati… quindi ha grosso modo la stessa inclinazione strumentale di bella gente come Jon Lord, Gregg Allman, Ryo Okumoto, Ray Manzarek, Hugh Banton, Dave Greenslade, Ken Hensley, Tony Kaye, Gregg Rolie. Fluido e brillante sin da giovane, Brian era in prima linea nella scena londinese già ad inizio sessanta, quando tutto doveva ancora succedere. Intorno a lui, anzi con lui spesso a dare una mano, agivano Beatles, Dylan, Yardbirds, Cream, Hendrix, John McLaughlin, Stones, Stewart… gente così.
Infatti l’album inizia con una scolpita “A Day in the Life” strumentale: basso, batteria, organo ed orchestra. Ma l’episodio svettante è senz’altro il gioiello del chitarrista jazz Wes Montgomery “Bumpin’ on Sunset”: reso assai meglio dell’originale, con l’organo “notturno” di Brian, a’la Jimmy Smith (suo indubbio ispiratore), che dipinge all’inizio quietamente e poi in maniera sempre più scattante un percorso suggestivo e questo malgrado l’orchestra assai invasiva ad esagerare in interventi.
Intollerabile peraltro la proposta di rendere un inno celeberrimo come quello di “John Brown’s Body”, pure abbastanza odioso per quanto mi riguarda, per coro stonato, trombetta stonata e schizzi gratuiti di Hammond qua e là.
Meglio gli strumentali comunque degli episodi con lui anche alla voce, giacché Brian non sa cantare bene per niente. Ha un’intonazione dilettantesca a totale contrasto con la sua somma, comunicativa, creativa, virtuosistica abilità di strumentista. E al piano, quando si degna di andarci (qui solo nella penultima traccia “If You Live” dell’illustre collega Mose Allison), performa alla grande.
La “canzone” che chiude l’album e gli concede anche il titolo fa tenerezza, perché è esplicativa di quei lontani tempi in cui le case discografiche lasciavano ancora fare: otto minuti fra improvvisazioni solitarie incrociate di basso, batteria, flauto (e chi diavolo lo suona? Forse il tizio dell’orchestra) e organo. Altri tempi.
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