C’era un detto nella bassa romagnola, dove sono cresciuto io una ventina d’anni fa: quando qualcuno con una certa predisposizione cominciava ad essere cosciente del proprio talento e a padroneggiarlo con consapevolezza - di qualunque attività si trattasse - si diceva che ‘aveva messo il NOS’.


Non pensavo a questo modo di dire da non so quanto.


Poi, terminata la liturgia del primo ascolto di “Perché Non Si Sa Mai”, qualcosa deve aver fatto ‘click’ da qualche parte nelle mie memorie, tanto da trovare naturale chiedermi in quale fase del loro percorso abbiano messo il NOS i Bull Brigade.


Che quando si parla di punk/hc saltano fuori talebani da ogni parte, eh?


Per qualcuno “Vita Libertá” (2016) era già privo di mordente, per altri “Il Fuoco Non Si È Spento” (2021) si è rivelato l’esatto opposto rispetto al nome che porta.

Per molti, i ragazzi della ‘MotorCity’ hanno messo il NOS al debutto con “Strade Smarrite” (2008), immediatamente dopo la fine dell’esperienza di Eugenio Borra con Banda Del Rione.

Io personalmente credo sia questione di prospettive.

Il quarto full-length del combo torinese raccoglie la pesante ereditá di una delle pubblicazioni più importanti della scena, oltre che - con buona pace dei detrattori - della loro intera storia.

“Il Fuoco Non Si È Spento” fu il primo lavoro dei Bull Brigade a contare più di una firma in fatto di composizioni dei brani. Ne risultò un disco meno ‘dritto’, decisamente privo della matrice Oi! che fu cifra dei primi due album, e proprio per questo funzionale nell’ampliare il seguito e spalancare alla band i cancelli verso una serie di importanti possibilità inesplorate prima di allora.

"Chiederci ancora

Chi è che sono

E chi è che sei

Guarda che cosa

Mi fa diventare"

Cantava Eugy in “Anche Se”.

Mai strofa fu più simbolica.

“Perché Non Si Sa Mai” è il disco più corale dei Bull Brigade, uscito nella fase più importante del loro percorso: quella della riconferma.

Pensare che abbiano completamente steccato significherebbe commettere un grosso errore.

Primo: perché la band attinge a piene mani da una serie di influenze già emerse - non senza qualche dubbio su come sarebbero state recepite - nel capitolo precedente.
Secondo: perché cambia totalmente l'impianto emotivo dei brani.

I punti cardinali restano inscalfibili: Torino, le periferie, il Toro, gli echi di un passato industriale che ha perso centralità lasciando solo i cocci. Ma oggi ci sono figli che stanno crescendo.

Da padre posso dire che è quasi garantito, ad un certo punto, rivedersi nel proprio. Da figlio posso dire che diventare genitore, spesso, mette di fronte a ricordi di infanzia che riemergono senza fare troppi complimenti, nostalgici e violenti.

Eugy ha perso il padre oramai dieci anni fa - musicista amatoriale pure lui, quello che "con questa musica come malattia / che mi dicevi ‘guarda che quando inizi / dopo non va più via’” - ed immagino che nella sua attuale posizione sia altrettanto normale lasciarsi andare ai ricordi, tornando alla tenerezza dei primi ascolti.

E mentire, forse, sarà utile ad appuntarsi al petto la stelletta di sceriffo della punk-police, ma il rock a tinte cantautorali che plasma le atmosfere del disco è un suono familiare per un’intera generazione.

L’intro dell’album, recitata da una figura storica del movimento controculturale sabaudo come Mario Spesso, srotola il tappeto ad un lirismo rinnovato anche a costo di qualche rischio di troppo. Piazzare parole inglesi a caso, ad esempio, rende alcuni passaggi goffi e sgraziati.

Le orchestrazioni dipingono un cielo grigio, ma mai spento:

"Vécio, anche se siamo vecchi

Abbiamo ancora bisogno

Di promesse da farci

Di una città per provarci”

Gli assalti ritmici del passato cedono il passo ad ampie fioriture pop, la fierezza ed il senso di appartenenza che furono lasciano spazio all’egotismo. Il risultato è una serie di refrain difficili da immaginare incastrati fra i classici del repertorio in un live set.

Non c’è dubbio che la band abbia voluto guardare avanti, anziché affidarsi ad una formula più che collaudata. Anche perché, diciamolo pure: continuare a ‘fare i Nabat’ sarebbe stato grottesco.

É altrettanto vero che “Il Fuoco Non Si È Spento” è un disco che si scrive una volta nella vita, se si è fortunati.

Al secondo giro di ascolti è lampante come i Bull Brigade abbiano cambiato prospettiva, mancando però la messa a fuoco.

Il NOS è già bello che andato, il nuovo materiale può essere visto come il disco di transizione verso una nuova fase. Non tutto è da buttare, "Perché Non Si Sa Mai".

Ad maiora.

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Altre recensioni

Di  MosMaiorum84

 Prima si raccontavano memorie e dolori di uno skinhead, ora memorie e dolori di una persona normale.

 Rasoio in tasca perché non si sa mai.