Come lei nessuna.

In fondo è la solita vecchia storia.
Cosa sei disposto a concedere, quando sei rapito da un’immagine di lei e quasi improvvisamente, sciocco sentimentale, scopri che non sarà eterna, che la sua natura è complessa, mutevole? Che lei è altro da quel che tu ostinatamente veneri e probabilmente, in qualche misura, anche da quel che lei stessa conosce di sé?
(Si, è vero. Sembra il prologo ad una novella amorosa. Forse lo è.)
Sei disposto a ricrederti. E lo sai. Così, dopo un rapido ascolto “deluso” e un giudizio sommario, finisce che torni a rovistare tra gli scaffali del tuo negozietto di fiducia e te lo porti a casa, l’ultimo disco di Cassandra Wilson.
E decidi di concederle un ascolto nuovo, dimenticando la magia che aveva saputo imporre, immersa nel raffinato e calibratissimo intreccio sonoro che i suoi collaboratori tessevano per consentire ad una delle voci più misteriosamente profonde e ammaliatrici della musica afroamericana degli ultimi anni di risuonare così misteriosamente vicina a qualche zona inesplorata che sopravvive, incredibilmente, da qualche parte in te.

Certo, fu quasi inevitabile restare sedotti da dischi come ”Blue Light ‘Til Dawn”, forse il suo più bello. E sprofondare, poi, nell’incantesimo di “New Moon Daughter”.
Covers di classici blues, da Robert Johnson ad Hank Williams, letteralmente resuscitati ad uno splendore inaudito. Una versione da brividi della “Black Crow” di Joni Mitchell. E poi Neil Young, Van Morrison. Persino "Love Is Blindness" degli U2 veniva spogliata e innalzata da una interpretazione miracolosa di quel timbro vocale così oscuro e luminoso, straniante. Ma accadeva oltre dieci anni fa.

Già Glamoured, tre anni fa, ti aveva mostrato, sin dal titolo, una versione diversa. Dopo il sapore caldo e polveroso disciolto tra le note di “Belly Of The Sun” (2002), la signora del Mississipi si ripresentava nelle vesti luccicanti di raffinata interprete, fasciata dalla più accurata trama sonora allestita sinora. Lo scintillìo della copertina lasciava presagire la perfezione formale che avresti trovato tra i solchi. E qualche rimpianto per quel calore sensuale che ancora echeggiava, a distanza di tempo, associato al suo nome.

Ma oggi, con “Thunderbird”, è come vederla per la prima volta.
Ha raccolto gli anni alle sue spalle, ne ha estratto l’essenza, ha scritto molti dei brani che interpreta, ha compiuto un balzo felino e si trova in un territorio nuovo, affollato di suggestioni e di insidie. Affascinante e pericoloso.
La spedizione è compiuta insieme a un numeroso manipolo di collaboratori, alcuni nuovi. Marc Ribot, però, che suona una delle quattro chitarre presenti nel disco, è un alleato fedele e prezioso. Cassandra non poteva scegliere miglior compagnia per un viaggio così. Ma, per stessa ammissione della Wilson, è T Bone Burnett il faro. Capace di illuminare il percorso con una luce omogenea, curando minuziosamente i dettagli, le sfumature tra i suoni, anche dove il rischio del “pasticcio di classe” è in agguato ad ogni passo.

Si parte saltellando, quasi sbarazzini, con una sua composizione,verso il Messico. E lei mi lascia subito basito, con quel timbro leggerissimo e quasi adolescente. Ma poche battute e la voce, circondata dalla fitta stratificazione di suoni, vira su tonalità consuete. E la riconosco. Ma ha un’energia nuova, una leggerezza giocosa.
Alla seconda traccia il clima si fa rarefatto. Il trattamento di “Closer To You”, una sensualissima trascrizione di un brano del pargolo di Dylan, è quasi un trip-hop jazzato che si chiude sulle vibrazioni rotonde del contrabbasso di Reginald Veal. La quintessenza dell’intimismo, dice lei del brano originale. Un’altra piccola diffidenza spazzata via da un’interpretazione superba, dico io.

E poi giù, prima con delicatezza sugli accenni della slide di Ribot, poi decisa dentro il cuore blues di una “Easy Rider” che sarebbe piaciuta anche a Blind Lemon Jefferson, in questa versione dilatata ma densa. E’ lei, la mia Cassandra, la riconosco. Riconosco la sua forza suadente, capace di far risuonare un pezzo così come se fosse stato scritto apposta per lei.

Ma subito mi attende un’altra svolta, per tornare ad oggi. Per tornare al futuro. “It Would Be Easy” porta la sua firma e la mano di Burnett, nell’intreccio misurato dei suoni, guidati ad un andamento che ti cattura subito. E le tastiere di Keefus Ciancia si dimostrano anche qui come uno degli elementi nuovi e determinanti, nell’amalgama di questo lavoro.
Che prosegue con l’ennesima immersione nel tempo, per recuperare un brano tradizionale bianco come “Red River Valley” e trasformarlo, sulle laconiche note della slide di Ribot, in un blues minimale che porta la sua magica voce in un primissimo piano e mi consente di gustarne l’essenza.

Con “Poet”, una ballata fluida ed ipnotica, l’incantesimo continua. Ed ormai non mi resta che ammettere l’errore di un giudizio incauto e frettoloso.
Questo disco è la conferma di un talento: un caleidoscopio dove frammenti luminosi, colorati e vividi, coesistono in virtù di una produzione perfetta e di una interpretazione che sceglie sempre il registro più adatto per ognuno di essi, svelando una maturità che si risolve sorprendentemente in freschezza.

Un piccolo accenno anche al penultimo brano, siglato T. Bone Burnett, “Strike a Match”, magmatico e perfettamente arrangiato, dove la voce di Cassandra si distende su registri morbidi e seducenti. E che rappresenta il momento forse più “atipico” di questa raccolta, che si conclude nella sinuosa dimensione acustica di “Tarot”, altro brano firmato dalla Wilson.

Ma è a Willie Dixon che ritorno, alla versione del suo classico che Cassandra ci regala alla traccia 7, per chiudere questa pagina.
“I Want To Be Loved”, il titolo del pezzo.
Ed è tutto quel che si può fare, gettati alle ortiche dubbi e perplessità, dopo l’ascolto di “Thunderbird”.
Amarla, questa voce. Lasciarsi rapire, abbandonarsi ad nuova versione di un “vecchio” amore.
Ci porti dove vuole, la seguiremo.
Perché un’altra come lei non c’è.




Cassandra Wilson: voce
T Bone Burnett: chitarra-voce
Marc Ribot: chitarra
Keb Mo: chitarra- voce
Colin Linden: chitarra- mandolino
Keith "Keefus" Ciancia: piano-tastiere
Miguel Elizondo: basso-chitarra-tastiere
Reginald Veal: basso
William Maxwell: basso elettrico
Jay A. Bellerose: batteria-percussioni
Carla Azar: batteria
Jim Keltner: batteria

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