Facciamo finta, per pochi minuti, che sia il 1995. Il grunge è praticamente l'unico stile con cui un ragazzo bianco e la sua band possono sperare d'imporsi all'attenzione di chi venti carte per un cd ancora se le ritrova. Cosa fareste, se foste in una di quelle bands? Dimenticavo di dirvi che non siete neppure americani: fingereste di provenire anche voi dalla città di Hendrix? Col senno di poi, data la fine miserabile di certe bands di cloni, è probabile che scegliereste di starvene al vostro posto. Oppure no, magari provereste col fare due dischi che vanno in classifica, sposarsi una coatta dall'avvenenza di Gwen Stefani, farla figliare un paio di volte con la consapevolezza che già di tuo ti sei guadagnato i soldi per mandarli, un giorno, a studiare all'università di Camerino. Qualunque scelta prendereste, io vi comprenderei e, nel profondo del mio cuore, vi assolverei.
Quel che proprio non capisco, invece, è come mai i Catherine Wheel, band fin lì fondamentalmente shoegaze, con già un paio di dischi spettacolari all'attivo, avessero a quel tempo compiuto anch'essi questo passo deciso verso sonorità tanto radiofoniche. Stanchi d'essere di nicchia, di culto? Delusi poiché vistisi superare/travolgere in patria dal britpop (e dai Radiohead che aprivano i loro concerti) ed in America dal grunge?
Il britpop è un genere la cui matrice derivativa è indubbia e non è mai stata messa in discussione; i protagonisti del grunge, in questo sito se n'è discusso ampiamente, non hanno inventato alcunché; semmai, hanno sintetizzato decenni di antidivi e musica alternativa e pressoché non patinata... Ma anche lì, nulla di veramente originale. Ed allora perché, dico io, una band del forse unico e solo sottogenere di rock veramente originale negli anni '90 (lo shoegaze, appunto) sceglie di equipararsi, di allinearsi magari nella speranza anche di confondersi dentro alla centrifuga del grunge?
Nel dettaglio della tracklist di questo "Happy Days" del '95: "God Inside My Head" andrebbe bene in un cd degli A Perfect Circle (i cui fondatori erano attivi già a quei tempi); in "Way Down" sembrano un po' gli/le Hole; "Little Muscle" è un incrocio tra un garage rock edulcorato ed i Foo Fighters di "All My Life". Anche "Empty Head" è un altro garage grunge, mentre "Receive" è un mid-tempo che sembra outtake di "Siamese Dream". E si continua, eh! "My Exhibition", per certi versi, pare "Do The Evolution" dei Pearl Jam; "Hole" è un altro rock duro duro quanto facile facile. E nella finale "Kill My Soul", Dickinson e soci mescolano le loro vette artitiche al "beat grunge" di certi lavori degli Screaming Trees.
Tutto fatto con grande perizia, e con ispirazione più che discreta. Probabilmente, forse uscito nel '92, sarebbe stato un lavoro all'altezza delle pietre miliari del (sotto-)genere, ma nel 1992 i Catherine Wheel certo non pensavano di sintetizzare decenni di indipendenza altrui, piuttosto erano intenti, col sommo "Ferment", a dichiarare al mondo intero la propria, a costo di lasciare ad altri la gloria dei primi posti in chart. E così Cobain è un mito, Grohl, Vedder e compari sono grandi realtà a tutt'oggi; dall'altro lato i Radiohead uniscono pubblico e critica e i My Bloody Valentine sono il primo (e per molti anche l'unico) nome che viene in mente quando si pensa allo shoegaze. E dei Catherine Wheel, tranne che su DeBaser ovviamente, nessuna traccia.
Si sentono molto le influenze grunge del periodo qui, ma a differenza di altre band, i Catherine non cercano di imitare ma inventano un proprio stile.
L'intero album merita di essere ascoltato, non c'è una canzone che abbassa il livello.