Solitamente i film biopic riguardanti le rockstar non mi suscitano un particolare favore. Alla luce di quanto realizzato in illustri casi precedenti ( Freddy Mercury, Elton John solo per citare gli esempi più noti) ho notato come sia arduo comprimere in un arco temporale di due ore (o poco più) vita e carriera di famosi musicisti. Mi pare che alla fin fine ne escano pellicole tirate un po' a lucido, come se si pubblicasse un elegante rivista in carta patinata, quando poi la vera realtà può essere più aspra e cruda.

È con questo retropensiero che ho visto, sulla piattaforma Netflix, il film "Sei nell'anima" che Cinzia TH Torrini ha dedicato alla nostrana rocker Gianna Nannini. E devo dire che, pur non essendo un'opera perfetta, ho apprezzato molto il ritratto della Nannini nei primi trent'anni di vita e carriera. Ad emergere, innanzitutto, è la dimensione privata e umana della protagonista, autentica "toscanaccia" molto risoluta nel cercare e trovare un suo posto nel mondo (non solo discografico). Appassionata alla musica e con studi effettuati al Conservatorio, la ragazza tenta la fortuna (in barba ai malumori del padre, noto imprenditore dolciario) recandosi a Milano. Siamo nei primi anni '70 e, pur non mancando i venti di rinnovamento in campo musicale, la gavetta è dura. Il motivo è presto detto: in quegli anni per il business discografico italiano era impensabile che ua donna esordiente, per quanto brava, proponesse brani composti di suo pugno. Era norma che anche le cantanti giovani (tipo Mia Martini, Loredana Bertè) eseguissero canzoni composte da autori maschi. E grazie a Dio, Gianna Nannini incapperà in una talent scout come Mara Maionchi allora attiva alla Ricordi. Per lei sentire in anteprima un brano come "Morte per autoprocurato aborto" sarà un'epifania delle grandi doti di Gianna.

Da quel momento la rocker senese avvierà una carriera non priva di prove di grande livello (basterebbe ricordare un brano come "America" incentrato sul tema della masturbazione e punto di forza dell'album "California" con un' indimenticabile copertina..), a cui seguirà il successo sui mercati esteri (tedesco in primis). Ciò nondimeno il continuo sforzo a sfornare nuovi brani e lp causerà nel 1983 alla Nannini un esaurimento da stress, superato alla grande l'anno successivo con un brano come "Fotoromanza", già dal sapore più pop che rock. Ma ormai Gianna è guarita e continuerà fino ad oggi a proporsi come una cantante che non molla la presa. Tutto ciò che ha realizzato in vari decenni di carriera è stato influente per tante nuove leve femminili salite poi alla ribalta della musica italiana.

Come accennavo prima, fornire un ritratto esaustivo di una musicista in un film di 113 minuti come questo non è facile. Alcuni momenti dell'attività della Nannini non sono accennati (aveva cantato in quei primi anni '70 nel gruppo "Fauna,Flora, Cemento" con Mario Lavezzi), ma è ben delineato il carattere irruente e rivoluzionario della protagonista. Soprattutto va segnalata l' interpretazione di Letizia Toni nei panni della Nannini. Con quell'inflessione toscana e con quella voce la si può scambiare nella rocker tornata giovane.

Certamente è un film che può illuminare l'attuale pubblico giovanile su chi sia stata originariamente Gianna Nannini, con quella voce roca memore della lezione blues di Janis Joplin. E ancora oggi, quello stile canoro non può non incantare.

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