STRADA FACENDO (1981) 7/10
Forse meriterebbe un voto più alto (8) ma non voglio contraddirmi: sono fermamente convinto che l'album migliore di Baglioni, come dissi tempo fa, sia “Anime in gioco”, 1997, e da lì non si passa. Certo è che i suoi album di fine anni '70 fino alla prima metà degli anni '80 non sono nemmeno da buttare, prima della “sbornia” intellettualoide di “Oltre”, 1990. Chiariamoci: non sono dischi perfetti, hanno un po' troppi pezzi indigeribili, spesso i testi procedono per voli pindarici decisamente irritanti, però hanno delle buone idee, e tutto sommato non vedo perchè disprezzarli (oltre tutto su questo sito Baglioni è sempre stato poco trattato).
Nel 1981, “Strada facendo” segna la definitiva affermazione (in primis commerciale) di Baglioni, che aveva già venduto molto anche prima (Baglioni è l'artista italiano con più album venduti di sempre in Italia) ma che con 1 milione e mezzo (e forse oltre, dati non ufficiali) di copie vendute farà da apripista al trionfo del successivo live “Alé Óo” ed ai quasi 5 milioni di dischi venduti al successivo “giro”: “La vita è adesso”, 1985, l'album italiano più venduto di tutti i tempi (molto inferiore a “Strada facendo”, una pallida copia). Solo i Dire Straits de “Making Movies” lo supereranno in hit parade, ma il 1981 scoppia, definitivamente, la Baglioni-mania. Il cantautore romano, all'epoca appena 30enne, piace alle figlie, alle mamme, alle zie ed insomma a tutto il parentado unito, così come le sue tranquillizzanti canzoni d'amore: niente sesso, niente scabrosità, tutto molto democristiano. Che non sarebbe un grande complimento se non fosse per la resa musicale davvero ottima (lo registra a Londra, per andare sul sicuro).
Ora, nel 1980 Battisti aveva un po' “sconvolto” le carte della musica italiana: Mogol era stato “pensionato” e Geoff Westley, con cui il cantautore di Poggio Bustone aveva registrato i suoi ultimi 2 lavori, era libero (per modo di dire, diciamo che non lavorava con alcun artista italiano dal post-Battisti). Mogol se lo “acchiappa” Cocciante, Westley va con Baglioni. In una intervista di qualche tempo fa, Westley sparse parole al miele nei confronti di Baglioni e molte meno nei confronti di Battisti. Disse che non conosceva, inizialmente, nessuno dei due (ci sta), ma mentre Baglioni s'interessava a qualsiasi particolare dell'album, anche il suono più insignificante o trascurabile, Battisti pare che demandasse molto ai collaboratori ed a Westley stesso, chiedendogli di “imbottire” il suono il più possibile per aumentarne, a suo dire, l'impatto emotivo (ed in effetti “Una giornata uggiosa” è un album, spesso e volentieri, pomposo). Sarà vero? Non resta che fidarsi di Westley.
Delle 12 tracce almeno la metà sono davvero belle, anche se una spicca su tutte (di solito piace anche ai non adepti “baglioniani”): “Fotografie”. L'inizio, lo sviluppo e la fine di una storia d'amore vista attraverso le immagini di alcune fotografie è un pezzo certo emozionante ma sviluppato, nella coesione musicale, in modo straordinario, a cui fa da corona quella coda finale quell'arrangiamento dello stesso Westley che già ne aveva “piazzato” un primo ne “I vecchi” (brano, quest'ultimo, un po' troppo strappalacrime a comando). La title-track la conoscono anche i sassi, eppure la chitarra elettrica di Phil Palmer si fa sentire, meglio ancora quel memorabile giro di chitarra di “Ora che ho te”, tra i più riconoscibili della musica italiana. Baglioni è ispirato anche nei testi, a volte esagera è vero, ma tutto il senso di linguaggio giovanile (a volte ridicolo) che pervadeva i primi album (“Accoccolati ad ascoltare il mare...”, ecco, qui un verso così “decadente” non c'è, e nemmeno l'altrettanto discutibile “Passerotto, non andare via...”) viene eliminato a favore di testi più maturi e meno adolescenziali. In questo senso trovo fantastica la dolcezza di “Ragazze dell'Est” (al pianoforte il solito Westley) o l'elencazione, non di rado divertente, di “Notti”.
Meno bene altre cose. La chiusa affidata a “Buona fortuna” è deboluccia, quasi evanescente e molto paracula; i 4 intermezzi in cui racconta la propria infanzia (dalla nascita sino ai 15 anni) in modo totalmente autobiografico solo voce e chitarra sono sinceri, autentici finchè si vuole, ma alla lunga stancanti; il semi-rock di “Via” (brano ultra, stra, iper-famoso) è la dimostrazione che il rock non è mai stato nelle sue corde. Ma, ripeto, è uno dei suoi lavori migliori: l'estro, all'epoca, ancora c'era.
Oggi mi sento una piuma che aleggia, nuota sospesa nell’aria e tenta di afferrare quel “gancio in mezzo al cielo”.
Finalmente sono le 17:00, spengo lo stereo. Estraggo la musicassetta e la ripongo nello scaffale. Fuori nevischia ancora, siamo a zero gradi.