Grezzo come può essere un diamante appena scoperto. Di primo acchito è questa l'impressione che suscita l'ascolto di "The Second Stage Turbine Blade", l'album di esordio dei Coheed & Cambria. Probabilmente non il miglior disco di Sanchez & Co., si riscontrano tutte quelle caratteristiche (non voglio assolutamente parlare di difetti) che emergono dal primo lavoro di una band: suoni poco puliti, immaturità musicale, azzardati effetti sonori che forse esulano dal contesto complessivo della raccolta, sperimentazioni varie, la voce di Sanchez che ancora arzigogola troppo in falsetti che stonano inseriti nel complesso della registrazione. Caratteristiche, perché anche se agli esordi i Coheed & Cambria dimostrano di che pasta è fatto il loro sound. Caratteristiche, perchè dopo un ascolto più attento ci si rende conto che quelli che in genere sono catalogati come "i difettucci dell'esordio" sono le peculiarità di un gruppo capace di proiettarsi da subito e con arroganza sul palcoscenico musicale mondiale. Del resto, da questo prima disco si riconosce davvero quale sia la vocazione dei Coheed, che dimostrano di saper maneggiare con particolare abilità i suoni grezzi e violenti dell'hard-core e di saper destreggiarsi senza disperdersi all'interno della galassia emocore.
L'intro è quella miscela di suoni che accompagnerà tutte le produzioni del gruppo, poi tocca a "Time Consumer". Con questa track, i Coheed danno vita a quella miscela dark che permea fortmente la musica del quartetto tutt'oggi: arpeggi delicati e soffici che creano l'atmosfera anticipatrice per lo sfogo delle chitarre, coronato dalla voce di Claudio. Il tutto, naturalmente, in perfetto stile Coheed, che in questa occasione si sono avvalsi della collaborazione di Dr. Know alla chitarra, per dare vita ad un suono dolcissimo ed allo stesso tempo elaborato. "Devil in Jersey City" resta uno dei singoli più famosi del gruppo, che in quest'occasione crea come per magia una miscela perfetta di metal e hardcore, accompagnata da pregevoli riff e voci che si alternano a quella del frontman Sanchez; ma tutto questo può sembrare niente, al confronto della perla dell'album, a mio parere la più intensa ed emotivamente coinvolgente canzone degli ultimi anni, "Everything Evil". Nella traccia, sembra davvero che i quattro diano libero sfogo ai loro impulsi musicali: la chitarra di Sanchez, ricordando le origini del cantante (padre portoricano, madre italiana), inizia a parlare latino, dialogando liberamente con l'hardcore di Stever, mentre Todd non assiste impassibile ma fornisce la base col suo basso ed Eppards è indiavolato alla batteria. Le grida di Sanchez gettano l'ascoltatore di fronte al dramma di Jesse e Claudio, ascoltatore che subisce inerte il forte trasporto di cui è preda: i minuti finali sono sconvolgenti per la forte raffica di sensazioni ed emozioni che provocano, il turbine emotivo scatenato dai quattro raggiunge l'apice.
"Delirium Trigger" non disperde l'atmosfera creata; con i ruggiti delle chitarre che rasentano la distorsione e la batteria che sfodera la durezza dei piatti si assiste ad un altro capolavoro dei Coheed & Cambria, che alternano momenti di forza hardcore a placidi suoni apripista di altri violenti e aggressivi. Ad una prima parte di disco quasi perfetta non corrisponde però una seconda altrettanto valida; certo rimangono melodie che rimarcano i concetti precedentemente espressi dalla band, ma l'impressione è che le rimanenti tracce, per quanto risultino abbastanza valide, specialmente se messe a confronto con le prime siano troppo poco incisive. Ciò che maggiormente risulta stancante è la lunghezza estenuante delle canzoni: "Hearshot Kid Disaster", per quanto abbia un ritmo relativamente alto e goda di tutta la tecnica musicale in possesso dal gruppo, perde forza per la ripetitività troppo accentuata. Nonostante ciò, non si può disconoscere che i Coheed & Cambria mantengano alto il livello della loro musica, basti vedere "33" e "Junesong Provision", anche se l'ultima risente troppo dei vocalizzi di Sanchez. "Neverender" si inserisce un po' forzatamente nel quadro dell'album, mentre in "God Send Conspirator" pagano l'inesperienza e l'azzardo delle sperimentazioni musicali.
Sicuramente "The Second Stage Turbine Blade" fuoriesce dagli schemi del classico album d'esordio, questo se da una parte conduce ad un calo d'intensità nei momenti più "sperimentativi" e meno misurati, dall'altro porta alla creazione di un'autentica spirale emotiva, che trascina con forza l'ascoltatore nel mondo fantastico dei Coheed & Cambria.