Seppure ci troviamo di fronte ad un personaggio come Courtney Love, che è essa stessa, un pezzo di storia del Rock, credo che un buon approccio ad un disco debba comunque essere caratterizzato da un atteggiamento privo di pregiudizi o aspettative, e da disposizione intelligente a capire il messaggio (qualora ce ne fosse uno) dell’autore.
Dico questo perché spesso (per non dire ‘sempre’) si parla della Love senza conoscere il suo lato artistico, e perché in questa recensione voglio parlare solo di musica, non di pettegolezzi. Il disco inizia con Mono, sferzante inno che fa da giusto proemio all’album: definizione della poetica, scelte stilistiche, polemica musicale, recusatio degli ideali spacciati come prioritari per una del suo livello… il succo dell’intero disco è proprio Mono, che definirei una sorta di autobiografia di Courtney. Per quanto riguarda il resto del cd, ad un primo ascolto le canzoni sono proprio scoraggianti sia a livello tecnico che concettuale.
Non siamo ovviamente, ai livelli delle Hole, ma ascoltandolo con attenzione, alla fine emerge Courtney in tutta se stessa, in tutto il suo spirito e la sua anima. Echi delle Hole si sentono in Sunset strip, All the drugs, Hello… e il suo animo tormentato riaffiora in disperate ballads come Hold on to me, Uncool, Never gonna be the same, dense di pathos. In questo album, troviamo anche un tema nuovo per la Love, che definirei ‘metamusica’, cioè musica fatta con altra musica o musica che parla della musica stessa come materia. La Love infatti, vuole parlare di musica, della musica attuale, della scena Rock e della rovina di esso… così, per mettere i puntini sulle i: il nu rock non è Rock, sono solo ragazzini che fanno i fighetti giocando con le chitarre elettriche, e se la prende col malcapitato Julian Casablancas degli Strokes, che tra l’altro lei apprezza. Ma non è questo il punto.
Il punto è che il Rock è diventato, ormai, solo citazionismo: chi imita quello stile, chi un altro… davvero non c’è stato più niente di originale dopo il grunge. E qui, anche Courtney si mette a fare, per così dire, citazioni: Life despite God, pezzo geniale dove riprende Janis Joplin o I’ll do anything che ricorda nell’intro Smells like teen spirit… per quanto Hello potrebbe sembrare, a malincuore, un pezzo delle Donnas. Dopo questa lezione di storia del Rock, l’album finisce con Never gonna be the same, che secondo me rappresenta, a livello concettuale, la miglior canzone da lei scritta. Parla della vita, delle persone, della sincerità, del rispetto e dell’autenticità… no, Courtney non si è venduta facendo questo commerciale disco con la Virgin e facendo eco allo pseudo-indie rock di questi tempi… lei, oltre al livello fenomenico, rimarrà sempre lei, fedele a se stessa… sono le contingenze e le persone che cambiano e sempre cambieranno.
Nonostante questo album sottolinei non poche cadute di livello (e qui si sente l’assenza della famiglia Geffen Records), non si può fare torto alla Love, con quella voce che sembra toglierti le tue parole di bocca, con quella disarmante logica pessimistica e menefreghista di chi sa già cosa c’è dietro… di chi è cresciuto, ha capito ed è certo: il Rock è morto.
Dodici tracce che scorrono via in modo sterile caratterizzate tutte dagli stessi accordi e dallo stesso ritmo di batteria.
Un disco elementare e decisamente scontato, frutto a mio avviso del gusto per il denaro di una quarantenne che ha ormai capito che tra un paio di anni non si potrà più spogliare per vendere la sua musica.
«Un album in cui a detta della stessa Love, dentro ci ha messo tutta se stessa e si sente.»
«L’album regala emozioni anche se purtroppo non convince del tutto proprio perché si sente la mancanza del suo ex gruppo.»