A tratti sembra di ritrovare quelle sfumature rock/grunge che tanto avevano fatto sognare in quei primi anni Novanta. In altri (la maggior parte) sembra di sprofondare il quel pantano commerciale intriso di stereotipi in cui sguazzano felici il settanta per cento delle ultime uscite americane.
Insospettito dal mare di pubblicità fatta a un album di cui da tempo si aspettava l’uscita ho prudentemente optato per il download e per un ascolto preventivo l’acquisto.
Dopo una prima passata della tracklist sul mio stereo non ero ancora capace di formulare un giudizio esaustivo. Per me che ho apprezzato le Hole in buona parte della loro produzione questo sembra decisamente un passo indietro. Dopo svariati anni la Love non riesce che a riproporre quanto dimostrato in passato, un passato che già viveva troppo dell’influenza “kurtiana” e di melodie masticate e abbondantemente digerite.
Dodici tracce che scorrono via in modo sterile caratterizzate tutte dagli stessi accordi e dallo stesso ritmo di batteria.
I testi, decisamente banali, vengono comunque valorizzati dalla più che orecchiabile voce di Courtney mantenuta sempre viva e aggressiva da quel suo spirito ribelle e dalla voglia di non invecchiare mai (probabilmente anche dalle dosi che prende).
Insomma, un disco elementare e decisamente scontato, da cui non ci si deve aspettare niente di particolare, frutto a mio avviso del gusto per il denaro di una quarantenne che ha ormai capito che tra un paio di anni non si potrà più spogliare per vendere la sua musica.
Buono per trascorre una mezzora in macchina se si è giù di corda o per soddisfare un temporaneo istinto da rockstar davanti allo stereo, quando usciti dalla doccia e imbracciata la prima scopa che capita sottomano a mo’ di chitarra, ci si scatena in un improponibile playback.
Un lavoro comunque da non demonizzare, che piacerà ai fans e avrà senza dubbio un discreto successo commerciale…
«Un album in cui a detta della stessa Love, dentro ci ha messo tutta se stessa e si sente.»
«L’album regala emozioni anche se purtroppo non convince del tutto proprio perché si sente la mancanza del suo ex gruppo.»
Il succo dell’intero disco è proprio Mono, che definirei una sorta di autobiografia di Courtney.
Il Rock è morto.