Un’altra mia piacevole scoperta del 2025. Il duo canadese Crown Lands al momento non è granché prolifico, perlomeno a livello di album, in dieci anni ha all’attivo perlopiù brevi EP, solo due i veri e propri album (anzi, facciamo uno, dato che il primo omonimo considerato come tale dura comunque meno di 30 minuti). Gli inizi erano molto in salsa Led Zeppelin, essenzialità hard rock a cui si è aggiunta una sensibilità blues, poi però si sono spostati subito verso una maggior complessità, con brani ben più strutturati e uso mirato di synth e mellotron, avvicinando il duo ai connazionali Rush; e diciamolo, è stata questa specifica somiglianza ad avvicinarmi a loro.
Ma nel 2025 hanno pubblicato due EP strumentali gemelli che hanno sgretolato tutto e non c’azzeccano proprio nulla con quanto fatto in precedenza. “Ritual I” e “Ritual II” hanno sonorità world music, tribali, etniche, ambient, new age, africane e tutto ciò che vi ruota attorno. Mi sento di dire che tutto questo è un grande atto di coraggio, perché non è molto consueto addentrarsi in territori così ostili. Quando una qualsiasi band decide di attuare una svolta la fa solitamente in territori potenzialmente in grado di allargare i consensi. Molto frequenti le svolte verso l’elettronica, forse perché l’elettronica dà l’idea di aver abbracciato un sound moderno e tecnologico ma allo stesso tempo fruibile a livello radiofonico e internazionale; i già citati Rush attraversarono gli anni ‘80 schiavizzati da un sistema di sintetizzatori. Oppure spesso ci si muove verso sonorità più dure, lo fa sia chi di base non ha un sound duro (ad esempio i Porcupine Tree) sia band già inserite nel calderone metal ma che cercano la spinta estrema che possa gasare il metallaro più cazzuto (pensiamo ai Symphony X). Oppure capita che il gruppo musicalmente sofisticato si muova genericamente verso una direzione più pop (e qua l’esempio dei Genesis resta tuttora quello più lampante).
I Crown Lands invece sono andati ampiamente controcorrente e si sono addentrati in territori ben poco battuti, di sicuro nella loro scelta non si possono individuare mire espansionistiche. Musica meditativa, sognante, paesaggistica, introspettiva, rilassante e tesa allo stesso tempo. Ci si perde fra foreste equatoriali, albe rossicce, imponenti paesaggi naturali, è musica adatta per documentari naturalistici, anzi, è lei stessa un documentario sonoro. Ci si lascia ammaliare da percussioni tribali, flauti tradizionali, marimbe, strumenti etnici a corda, suoni naturali e concreti, ma non sono esclusi synth eterei per creare atmosfera e non sono risparmiate le chitarre. In particolare questo secondo dei due EP si distingue dal primo per il maggior coinvolgimento ritmico, esalta meglio il mood tribale, grazie al massiccio uso di percussioni, mentre il primo è più rilassato e pende leggermente dal lato ambient.
A dire il vero qualche segnale di una simile sterzata si era intravisto nelle passate produzioni; qualche volta hanno fatto comparsa delle percussioni o qualche strano strumento a fiato, come anche qualche atmosfera un po’ naturalistica e meditativa, nulla però che potesse davvero far sperare in una vera e propria svolta world music. In ogni caso entrambi gli EP offrono un viaggio sonoro estremamente affascinante a cui è impossibile restare impassibili. La band pubblicherà a maggio il nuovo album, che sarà il terzo della loro carriera, e dalla suite pubblicata in anteprima pare che si tornerà a un approccio tipicamente Rush. Sarà un gran disco, me lo sento, ma sarebbe un peccato se il discorso di questi due EP venisse totalmente accantonato.
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