Già dalla copertina, che richiama sfacciatamente il debutto dei Doors, si annusa aria di revival. E l'ascolto di "Lucifuge", atto secondo della carriera solista di Glenn Danzig, non fa altro che confermare i sospetti, dato che ci troviamo innanzi alla consueta ricetta a base di hard rock settantiano, ossessioni sabbathiane ed intemperanze vocali che coniugano incestuosamente il Jim Morrison più apocalittico all'Elvis Presley più indiavolato.
La musica di Danzig, del resto, è sempre stata derivativa. E se in ciò possiamo rinvenire un limite enorme nelle capacità compositive dell'ex cantante dei Misfits, al tempo stesso è doveroso riconoscergli la capacità di saper cucire assieme, con estrema disinvoltura, quaranta anni di musica e tirare fuori dal cilindro qualcosa di estremamente personale e riconoscibile a miglia di distanza.
Per questa ragione, quello che più è importante sottolineare a proposito di questa release targata 1990, è in realtà il fatto che ci troviamo innanzi ad un artista in forma smagliante e ad una band finalmente affiatata e pronta a correre a pieni giri: Chuck Biscuits acquista potenza e precisione, e in più azzecca i tempi giusti; il basso di Eerie Von finalmente si fa sentire e, vigoroso, va a costituire una solida impalcatura per le composizioni, energiche come non mai; John Christ non è certo un virtuoso delle sei corde, né tantomeno il chitarrista più originale del mondo, ma fa piacere trovarlo più disinvolto e maggiormente versatile nell'assecondare l'istrionico cantante.
Danzig è Danzig, infine: o lo sia ama o lo si odia.
"Lucifuge" finisce così per divenire probabilmente il lavoro più riuscito del Danzig solista, da un lato ponendo rimedio alle ingenuità ed alle incertezze che avevano penalizzato il rozzo debutto, dall'altro mantenendo alto il tasso di ispirazione che subirà una lieve flessione già dal successivo "How the Gods Kill".
E se proprio bisogna scovare un difetto, quel difetto sta essenzialmente nei suoni eccessivamente leccati, vicini, ahimè, alle tipiche produzioni patinate del metal degli anni ottanta. Perché se è vero che la musica di Danzig viene a godere finalmente di una veste professionale, è altrettanto vero che un tocco di sporcizia sonora in più avrebbe senz'altro giovato.
Il punk delle origini, si sarà capito, è oramai un lontano ricordo. A gioire saranno invece coloro che amano il rock più viscerale e tarantolato.
Come resistere, per esempio, ad un'opener come "Long Way back from Hell": chitarra incalzante, basso pulsante, batteria scoppiettante e poi l'urlo di Danzig, sorta di Elvis infernale intento a vomitare ossessioni, oscuri presagi, visioni laceranti, dirompente Caronte in un convulso trascinante inarrestabile fiume di elettricità.
Come non esaltarsi innanzi alla sabbathiana "Snakes of Christ", destinata a divenire un classicissimo della band; come non commuoversi per "Killer Wolf", sorta di "Love me Tender" elettrificata ed elevata all'ennesima potenza, o per "Tired of Being Alive", straziante blues dai foschi toni crepuscolari.
E come non sorridere, infine, innanzi alle pose macho ostentate in "I'm the One", sornione blues acustico che ci consegna il Danzig più tronfio e paradossale (così recita il testo, degno manifesto del Danzig-pensiero: "i was born in the dirt, i never had no home, and the places i've lived, you don't wanna know, but if you wanna hear evil, come a little bit close; i was a snake-eyed boy, and at the age of five, i made love to the howl of the wolves, w/a dark haired girl, so if you wanna hear evil, come a little bit close").
"Her Black Wings" torna a percorrere le vie di un hard rock caciarone decisamente più consono al Nostro, anche se, a mio parere, l'episodio in sé va a rappresentare il frangente più scialbo e prevedibile dell'intero album.
Di ben altro spessore si mostra la successiva "Devil's Plaything", per metà ballad da incubo e per metà possente assalto hard rock, dove il punto di riferimento tornano ad essere gli imprescindibili AC/DC. Imperdibili i cori finali, fra i quali si staglia il grido disperato di un Danzig che non vuole risparmiarsi nemmeno quando dovrebbe: un finale epico e tragico al contempo che ci dimostra come il rock più gasato possa, sotto la direzione di Danzig, assumere le movenze di un abissale gospel per dannati.
"777" è un altro capolavoro dell'album: aperta da un ipnotico giro blues, si tramuterà ben presto in un roboante rodeo zeppeliniano, forte di un ritornello anthemico ("Seven seven seven is my name, seven come and seven go and seven will remain!"), un ritornello da berciare senza pietà contro ai vicini di casa fino alla fine dei loro giorni.
Con "Blood and Tears" si tira il fiato per un attimo: è l'immancabile lenta dell'album. Pregna di umori anni cinquanta, essa si fregia di un fondamentale organetto hammond che va a conferire pathos e gusto retrò ad un pezzo davvero coinvolgente. Ma, è inutile dirlo, è la struggente interpretazione dell'impavido vocalist, tramutatosi ancora una volta in un Elvis spacca-cuori, a renderla qualcosa di speciale. Uno di quei pezzi da ascoltare quando la donna ti lascia, e te ti ritrovi a piangere nel letto mordendo cuscini, con le nocche spaccate a forza di dare cazzotti contro l'armadio e con una sbornia colossale già alle undici del mattino.
"Girl" procede maestosa con un giro di chitarra che chiama in causa gli AC/DC più solenni, mentre l'ultimo brano, l'apocalittica "Pain in the World", è un clamoroso furto ai danni dei Led Zeppelin, ed in particolare della superba "Dazed and Confused", della quale si va a scippare riff portante ed atmosfere fumose.
E allora?, dico io, se anche copia come un farabutto (ma anche i Led Zeppelin copiavano come farabutti), Danzig si dimostra un interprete di tutto rispetto, capace di incarnare lo spirito più autentico del rocker di razza. Con in più quell'occhio di riguardo per il blues disperato dei neri d'America, quelli che tornavano con la schiena spezzata dai campi di cotone e la sera cantavano tutto il dolore del mondo.
Con la sola differenza che Danzig, la schiena, se la spezza in palestra...
Basterebbe solo leggere la prima frase del booklet per comprendere di fronte a quale bestia immonda ci troviamo.
Un hard-rockabilly trascinante che apre degnamente un album capolavoro.