Negli anni 80 mentre in televisione e nelle radio gli italiani contribuivano all'ascesa di una cultura musicale basata sull'usa e getta e sui non-valori delle spazzature commerciali provenienti da oltreoceano (o su quelle nostrane, non da meno), dei piccoli nuclei di persone si apprestavano, cercando di realizzare i propri sogni, a tentare di smuovere una situazione drammatica che, ahimè, fino ad oggi è rimasta pressappoco immutata. E non c'è da stupirsi se queste persone di cui parlo sono anch'esse figlie dell'amato "stivale"; loro più di altre ne soffrivano le restrizioni. In particolare voglio raccontare dei toscani Dark Quarterer, che correndo dietro ai grandi, diventarono alfieri e geniali maestri di una nuova scuola totalmente made in Italy, ritagliandosi un ruolo di massimo rispetto nella scena metal nazionale e una notevole cerchia di appassionati.
Formatisi in quel di Piombino negli anni settanta esordiscono con una formazione a tre nel 1987 con l'omonimo e autoprodotto qui recensito "Dark Quarterer". In esso vi sono riflessi tutti i vari stilemi e schemi musicali dei gruppi che la band era ormai abituata ad ascoltare e coverizzare (oscurità e follia dall' inghilterra seventies, aggressività e atmosfere epiche dall'america eighties) ma perfettamente rimescolati in partiture e composizioni dal sapore nuovo, tutto italiano che si rifà per certi versi ai maestri del progressive del nostro paese, paese che mai li ricambiò. Non si sbagliavano quindi i giornali specializzati dell'epoca quando definirono i Dark Quarterer i fondatori dell' Epic-Progressive.

 Il disco si apre con un evocativo arpeggio del chitarrista, Fulberto Serena, che ci introduce alla particolare voce del cantante/bassista Gianni Nepi, squillante e nasale. Quest'ultima, sostenuta da una ritmica e da un riffage perfettamente ottantiano, da vità a "Red Hot Gloves" un opener eccelente che trasuda atmosfere drammatiche ed epicheggianti, da brivido sul finale con coro.

 E' questa, forse la migliore particolarità dell'album, infatti ogni canzone vi trasmetterà delle sensazioni, quelle di cui un'amante della buona musica non può proprio fare a meno, che siano "oscure" o "estasianti". Di quelle che ti cullano e ti trasportano lontano, appena chiudi gli occhi nel buio di una stanza. E poco importa se la qualità di registrazione è scarsa, anzi, per un lavoro del genere questo riesce anche ad essere un punto a favore, proprio come se le note uscissero da un vecchio vinile.

Lo stesso vale per i dieci minuti di "Colossus Of Argil", la cui belezza non accenna a diminuire nonostante gli anni. Qualunque suono, riff, accordo, linea vocale all'interno della song è un tassello  di un meraviglioso mosaico che si abbatte sull'orecchio dell'ascoltatore, dolcemente e con violenza, con intelligenza e  possenza. La durata diventà anzi un pregio, per quella che si accinge ad essere definita una canzone stupenda.

Il lavoro di Paolo Ninci, batterista di alta caratura, si fà sentire in tutto il platter con un drumming incisivo e fantasioso, ispirato in ogni situazione, evidenziando al meglio anche il già di per sè ottimo lavoro degli altri due musicisti. E proprio lui a colpi di cassa e rullante, come un cuore pulsante, ci presenta l'emozionante "Gates Of Hell", pezzo che raggiunge gli apici proprio nelle magistrali interpretazioni vocali di Nepi e negli ispiratissimi assoli di Serena dimostrando un livello tecnico complessivo eccellente, da accostare a quello compositivo, punto focale del combo. Difatti nella successiva strumentale "The Ambush" tutto ciò emerge violentemente in un turbinio heavy devastante, giostrato alla perfezione, che partorisce un insana atmosfera di tensione e dramma.

Stessa cosa vale per "The Entity", caratterizata anch'essa dalla versatilità del gruppo; qui chitarre e voce si scambiano perfettamente, in un gioco teatrale di luci ed ombre per un concentrato di epicità e sfondi surreali da cardiopalma. Una perfetta apripista per l'ultima canzone del cd, la title-track, "Dark Quarterer". Se l'arpeggio rassicurante che la introduce vi farà tirare un sospirio di sollievo, ben presto vi ricrederete. Avrete davanti così, una scena di desolazione contornata da macabre ombre, sottofondo ideale per il grande riff prodotto da Serena, che farebbe invidia anche alle band più osannate, propulsore di una composizione di altissimo livello (come del resto le altre 5) .Anche qui i tre toscani non danno tregua neanche per un secondo. Verrete travolti e basta, subito, sin dai primi ascolti.

Finisce così un disco eccezionale, biglietto di sola andata per la musica, quella fatta con il cuore ed impassibile alle mode. Musica che con orgoglio posso ritenere italiana.

Se riuscite ad ascoltarlo, spero possa catturarvi così come ha fatto con me.
 

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