Lava incandescente che fuoriesce dagli speaker.
Orecchie che fischiano per lo sforzo appena provato.
Gocciolina di sudore che scende giù per il collo.
Bocca secca che deglutisce a fatica. Gola arsa, bramosa di fresco e ghiaccio.
Sorrisetto diabolico lungo il volto. Voglia di premere >Play< e ascoltare di nuovo.
Prima d'oggi, un solo disco mi aveva lasciato le stesse piacevoli (?) avvisaglie addosso: Streetcleaner dei Godflesh.
Siamo anni luce distanti da quel capolavoro e neppure mi sognerei di mettere a confronto due dischi così universalmente diversi, soprattutto per il grande impatto musicale che il primo disco della band di Justin Broadrick ha avuto. Ma la musica spesso vive di confronti e paragoni, e a livello di sensazioni ho avuto un piacevolissimo déjà-vu.
Uscito nel 2010 sotto l'egida della Hydra Head Records (Aaron Turner, anyone?), il terzo ed eponimo disco dei Daughters è una vera e propria collezione di pericolo sonoro; uno di quei dischi che devi ascoltare in una botta sola, chiuso in casa, possibilmente a mente lucida e concentrata. E non perché stiamo parlando di un disco dalle chissà quali sfumature, arrangiamenti o tecnicismi da cogliere con attenzione. È noise-rock, quello più math e meno post-hardcore, con un'attitudine ed un intensità degna della garage-band più sfrontata e nevrotica, tremendo nemico di ascolti apatici e indifferenti.
Una produzione irriverente che si compone in un impressionante ensemble sferragliante, dove la chitarra, il basso e la batteria sono acciaio fuso che cola nella forgia di un accuminatissima spada. Azzarderei che sembra quasi fatto di proposito: vi è confusione, vi è ruvidità, ma si va dritti al punto. Il perfetto bilanciamento tra il sembrare una band che suona in cantina, ed una prodotta da Scott Burns nei primi '90. Terribilmente catchy.
Sulla cima di questa grande e terremotante onda di musica inferocita, surfa fieramente l'ugola limpida di un disturbato, che ora cita Jacob Bannon, ora cita Mike Patton, ora cita Elvis Presley (!!!).
Ah... il tutto si consuma in meno di una mezzora! Eh sì.
Che quando il display dello stereo scrive "27:55", sembra passato almeno il doppio e la donna in copertina ti fissa e chiede: “Sciocco! Hai letto la durata del disco prima di ascoltare e pensavi fosse un altro banalissimo disco grind, eh? Sbagliato!”. Niente pregiudizi, mi raccomando.
È giunto il momento di premere di nuovo >Play<
Un saluto ai lettori di Debaser!
Your face looks like the fairy tale explosion
black and blonde and red
all at the same time
did you hear him mutter under his breath "f**k yeah it's over"