1981, nascono i Dead Can Dance: una delle band più innovative e misteriose del decennio. A capeggiarla vi è un duo: Brendan Perry e Lisa Gerrard.

Il primo era un cantante inglese che ha militato in una band punk austro-neozelandese per poi decidere di intraprendere una carriera solista all’insegna di sperimentazioni elettroacustiche.

L'altra era invece una contralto australiana cresciuta in un quartiere multietnico di Melbourne popolato soprattutto da greci, che l’hanno portata a conoscere e apprezzare la musica mediterranea, poi influente sulle sonorità della band.

I due artisti, così diversi l'uno dall'altra ma così squisitamente “fuori moda” si incontrano quindi nella città natale di Lisa, dove fioriva una piccola scena post-punk, che con la sua apertura alla sperimentazione ha potuto fare da palestra creativa, congiungendo gli opposti e dandogli modo di rafforzarsi a vicenda. A suggellare definitivamente quest’alchimia ci ha pensato la mitica casa discografica 4AD records, fucina di innumerevoli talenti “gotici” come loro.

A creare una poetica collettiva per i Dead Can Dance c’era l’idea di un continuo viaggio musicale in più culture diverse, quasi come se i due fossero degli antropologi della musica e ciò ha conferito una notevole varietà ai loro dischi, contemporaneamente riconoscibilissimi e diversissimi tra di loro, così come l'acustico più anticheggiante era capace di congiungersi, in loro, con l'elettronica tipica di quegli anni.

Se tutto è partito proprio dal post-punk, è con Within The Realm of a Dying Sun, uscito nel 1987 che la band si affranca definitivamente da una certa impostazione comune alle band che hanno reso celebre la 4AD, spostando il baricentro sonoro verso la cosiddetta “neoclassical darkwave”, sostanzialmente codificata da questo disco.

La copertina del disco può darci delle chiavi di lettura importanti e rappresenta una statua facente parte del cimitero monumentale di Pére Lachaise a Parigi, costruito nel 1804 e dedicato ai maggiori artisti del XIX e XX secolo. Le atmosfere del disco sono perfettamente coerenti a queste premesse e rievocano un immaginario conteso tra l’eterea austerità del neoclassicismo e il sentimento funereo del romanticismo, in una combinazione di spunti che porterà poi al decadentismo.

Se questo paragone con il romanticismo può sembrare azzardato, è importante specificare che, anche a detta dello stesso Brendan Perry, la band si è ispirata alla musica di quella corrente artistica che ascoltava molto durante la creazione del disco.

La loro intenzione era di uscire dagli stereotipi gothic rock che gli erano attribuiti per i primi due dischi e ci sono riusciti, passando da un "gothic" che è proprio del linguaggio post-punk a qualcosa che concettualmente ha più a che fare con il monumentale che con il gotico musicale (che era il genere dei parenti Cure, Siouxsee and the Banshees, Bauhaus e simili), grazie ad un'algida solennità orchestrale e al cantato medievaleggiante di Lisa Gerrard. Un'altra influenza importante, perlomeno "in astratto", è quella della musica "proto-gotica" di Nico, il suo magistero viene "plasmato" per passare da un baricentro di Folk nichilista alla musica religiosa. Tutti questi dualismi si riflettono anche nella struttura del disco, diviso in due parti abbastanza diverse tra di loro: una dove il cantante è Brendan Perry, un'altra dove lo è Lisa Gerrard.

Within the Realm of a Dying Sun ha qualcosa che lo rende fuori dal tempo e dallo spazio. La combinazione tra classicità e medioevo attraverso la lente dell’ elettronica, la vaghezza quasi eterea dei testi, i ritmi e le tastiere che evocano un continuo senso di mistero (specialmente nel frangente di Perry), tutto sembra suggerire un’idea di un’ eternità non mostrata ma precorsa, come in un memento mori, affrontato non con l’estatico stoicismo dei santi ma con un austero ripiegamento che tradisce un'aura d'inquietudine, un po’ come nelle processioni de "Il settimo sigillo" di Ingmar Bergman (regista che Perry conosceva).



Le canzoni di Brendan sono quelle più “terrene”, sia per le atmosfere che per i testi di senso compiuto; dunque, funzionali ad un ruolo incipitario dove la vena spirituale è sempre presente ma controbilanciata con sfumature più intimistiche.


La prima canzone: Anywhere Out of the World è una sorta di manifesto del disco, focalizzato su tastiere sinistre e ritmi misteriosi, con i cori che ci danno già un piccolo assaggio di ciò che verrà nella seconda sezione. Il titolo richiama a quello di una poesia di Charles Baudelaire, mentre il testo narra di inquietudini amorose, costellate da un sottofondo religioso.


Windfall è una strumentale che fa quasi andare l’ascoltatore “out of the World” con il suo sound Ambient che riesce in contemporanea ad essere magico e inquietante, un po’ come in una fiaba nera e cimiteriale.


In the Wake of Adversity è una sorta di incrocio tra le prime due tracce, ha dunque il ruolo di essere un po' il compendio dello stile di Brendan Perry in questo disco, anche il testo sembra proseguire un po' sulle coordinate del primo brano.


Xavier conclude la sezione del cantante inglese con la sua performance vocale più emotiva, unita al testo più austero che mai, con un argomento riguardante il senso di colpa e la consapevolezza dei peccati dell’uomo, auspicando ad una rigenerazione spirituale. Sul piano musicale, Xavier è il pezzo dove il Rock elettronico tipico degli anni 80 fa più a gara con gli aspetti classici, documentando molto bene le radici della band.



Le canzoni di Lisa Gerrard sono quelle che, come accennavo, anticipano alcuni aspetti folk che in futuro verranno percorsi più in oltranza. In questo disco la cantante australiana è ancora sospesa tra un approccio classico ed uno etnico, tra misticismo abramitico e pagano, sotto questo punto di vista ricorda gli sviluppi tematici del Romanticismo meno sentimentale e più esotico. Nei testi Lisa assurge a sacerdotessa dell'apocalisse che, grazie ai toni messianici, a vocalizzi e parole inventate, rende le canzoni simili a litanie ascetiche, in una straniante atmosfera che oserei definire "di sincretismo spirituale", poiché mostra sia un rapporto strettamente personale e ineffabile con la divinità che di tensione universale, data l’assenza di riferimenti linguistici e semantici che porta l’attenzione dell'ascoltatore sul canto religioso in sé, il quale può riguardare tutti gli uomini, aldilà del loro credo.


Dawn of the Iconoclast ci inizia alla sezione di Lisa, con ottoni da marcia funebre che lasciano subito spazio ad una pausa serrata degli strumenti, ridotti ad un sottofondo solenne che sembra voler imporre all'ascoltatore di stare attenti alle parole della cantante, in una divagazione quasi a cappella che sembra una criptica profezia di tragedie.


Cantara è molto diversa dalle altre, perché è un concentrato di influenze della musica tradizionale; allontana momentaneamente le tenebre a favore di un ballo orientaleggiante e teatrale, in un ultimo momento di edonismo pre-apocalittico.


Summoning the Muse è il momento più alto del disco, il momento in cui la decadenza è al suo apice e le campane scandiscono l’arrivo imminente dell’apocalisse e dove, a giudicare dal titolo, il tropo dell’invocazione alla musa sembra essere ampliato. La musa non è chiamata semplicemente per indurre l’ispirazione artistica ma come araldo della fine del mondo, quasi come se il sentimento spirituale della caducità e l’illuminazione artistica fossero la stessa cosa.


Persephone (The Gathering of Flowers) è un finale molto enigmatico. Se pensiamo che Persefone era la dea greca della primavera e dell’oltretomba, potremmo interpretare questo pezzo come quello della rinascita dell’uomo dopo la morte. Qui Lisa Gerrard arriva al suo massimo pathos, come in un’ultima preghiera poco prima del raggiungimento dell’immortalità promessa, momento che termina bruscamente negli ultimi secondi del pezzo, giocati su fiati quieti e rarefatti che sembrano finalmente dare una qualche sensazione di pace.



Analizzati i singoli pezzi, si potrebbe riassumere con molta approssimazione il “viaggio” del disco come un passaggio dal soggettivismo ad un universalità sincretica, visto l’argomento sentimentale e con schiette citazioni bibliche della parte di Perry e le suggestioni di Lisa, ma in realtà ogni sezione del disco presenta alcuni lati esaltati nell’altra, in un rapporto che ricorda i diagrammi di Eulero-Venn, sono proprio i punti d’incontro tra i due insiemi a rappresentare l’unità stilistica e tematica del disco. Basti vedere come si configura il rapporto di Lisa con la divinità, soggettivo e universale allo stesso tempo o il messaggio di Perry, che rimanda ad un “noi” archetipico con la strumentale Windfall che con il suo tacito mistero sembra rimandare alla genericità tipica del frangente di Gerrard.

In conclusione, Within the Realm of a Dying Sun è un disco che ha saputo dare un senso ad ogni influenza utilizzata: il rock per dare brio ed elasticità al suono, l’elettronica per evocare immagini suggestive che possano essere il più possibile attinenti al contenuto, la musica classica per dare una solida impalcatura formale alla spiritualità occidentale, il folk per dare un tono pagano che renda il disco più universale, quasi a farci capire che davanti alle perdite siamo tutti uguali. Sono la profondità delle idee e la coerenza strutturale che permettono al disco di risultare fortemente iconico di un atteggiamento esistenziale piuttosto che dello spirito di un tempo o di un genere, è emblema del sentimento della decadenza pre-apocalittica e della perdita, conteso tra la fede nell’eternità e la consueta paura per l’oblio.

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