Death Cab for Cutie
Asphalt Meadows

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I Death Cab for Cutie hanno per diversi anni incarnato l'essenza dell'indipendenza musicale.

La band di Bellingham, nata come progetto solista del chitarrista Ben Gibbard, è infatti rimasta legata per anni alla piccola Barsuk Records, casa discografica sotto la quale ha pubblicato i primi quattro album (il demo del 1997 “You Can Play These Songs with Chords” era uscito per la Atlantic).
Nella prima fase della carriera, ogni pubblicazione rappresenta lo stadio successivo di una maturazione costante e mai scontata. In “Something About Airplanes” (1998) le tecniche di registrazione artigianali si sposano con una dichiarata ispirazione slow-core, mentre “We Have the Facts and We're Voting Yes” (2000) è più arioso a livello di produzione e mostra una notevole maturazione nello storytelling di Gibbard.
“The Photo Album” (2001), come da titolo, rende ancora più vivide le immagini dei suoi testi e soprattutto eleva notevolmente la varietà stilistica delle composizioni: non vengono meno i brani più elementari e dimessi, come l'introduttiva “Steadier Footing” e “Coney Island”, ma sono giustapposti ad alcuni dei momenti più intensi ed auto-consapevoli dell'intero catalogo: “Styrofoam Plates” è uno sferzante epitaffio rivolto al padre di un amico, che ha tutti i caratteri di un'invettiva (“You were not quite a father but a donor of seeds to a poor single mother that would raise us alone”), laddove “We Laugh Indoors” confina l'aggressività al piano puramente strumentale, con un Gibbard indemoniato nel bridge e una sezione ritmica sugli scudi, grazie alle movimentate percussioni di Michael Schorr. Non meno importanti sono le dissonanze a cui approda la melodia formalmente imperfetta eppure estremamente toccante di “Debate Exposes Doubt”, apice dell'album.
I Death Cab si ergono a bandiera dell'indie rock con l'album successivo, il loro capolavoro indiscusso: “Transatlanticism” (2003) è un'opera dall'impatto emozionale notevole, in cui ogni brano è al posto giusto e brilla di luce propria. Un disco che consacra a tutti gli effetti la band, consentendole l'approdo definitivo alla Atlantic.

Il contratto con la major segna un punto di non ritorno per il gruppo. “Plans” (2005) vive nell'ombra del suo predecessore, di cui non riesce a bissare il successo in termini qualitativi. L'elemento grandioso, ch'era stato sapientemente dosato in “Transatlanticism”, viene qui a galla fin troppo spesso e si esprime talvolta in blandi arrangiamenti pop e nubi di sintetizzatori. Non è una coincidenza che le cose vadano decisamente meglio con “I Will Follow You into the Dark” e “Brothers on a Hotel Bed”, ballate scarne e sentite.
“Narrow Stairs” (2008) rialza l'asticella qualitativa e recupera un certo gusto per l'obliquità e l'abrasività, mettendo in primo piano le chitarre di Chris Walla. Il successivo “Codes and Keys” (2011) è più leggero e spensierato, un'anomalia per un autore immerso nella malinconia come Gibbard. “Kintsugi” (2015) vede prevalere la maniera sull'ispirazione.

La separazione con Walla trascina il gruppo in un momento di crisi, il cui risultato è “Thank You for Today” (2018), disco piuttosto sbiadito che incorpora pigramente elementi di elettronica accoppiandoli con un songwriting insolitamente anonimo. La voce di Gibbard appare stanca, brani come “Your Hurricane” e “When We Drive” procedono con il pilota automatico e fanno ben poco per non annoiare o risultare speciali. L'appiattimento della palette sonora dei Death Cab for Cutie, un tempo in grado di emozionare con pochi arpeggi ed ora apparentemente incapaci di riprendersi dall'abbandono di un membro, sembrava un segnale inequivocabile dell'esaurimento della loro verve creativa.
Ebbene, il nuovo “Asphalt Meadows” è un'inattesa inversione di rotta, che interrompe bruscamente la parabola discendente della band e si qualifica come il loro migliore album dai tempi di “Narrow Stairs”, nonché uno dei più avventurosi dell'intera discografia.

È un disco di contrasti, in cui l'intimità non è affatto sacrificata – emerge in particolare nella desolata retrospettiva di “Fragments from the Decade” (“Your mother was a drunkard, your father was not a saint, your sister lacked restraint. And in photos you were always staring through the lens to some distant place you would rather have been”) – ma è affiancata da una innovativa attrazione per il rumore. La doppietta iniziale alza al massimo i livelli di saturazione: in “I Don't Know How I Survive” la descrizione di un attacco di panico notturno è accompagnata da violente scariche di fuzz durante il ritornello, mentre le percussioni di “Roman Candles” flirtano con l'industrial.

Le tracce successive si assestano su un buon livello qualitativo, pur ritornando su coordinate sonore più consone ai Death Cab for Cutie della “seconda fase”.
Si possono agilmente riconoscere i brani di ascendenza “Thank You for Today”, non a caso i meno riusciti del lotto: l'arida “Pepper” e la conclusiva “I'll Never Give Up on You”, sorella di “Gold Rush”, che si regge su una melodia poco convincente (veste addosso al quintetto come un abito proveniente da un guardaroba altrui) e si fregia di un arrangiamento d'archi eccessivamente pomposo. Indubbiamente positive invece le tracce rimanenti.

Si può annoverare tra le sorprese “I Miss Strangers”, bestia dalle due facce che recupera gli assalti punkeggianti di brani come “No Sunlight” e “Long Division” (da “Narrow Stairs”) battendo i Silversun Pickups sul loro stesso terreno per poi implodere dopo due minuti in un lungo intermezzo onirico e dilatato di stampo floydiano.

La portata più sostanziosa del platter è però “Foxglove Through the Clearcut”, gioiellino di introspezione che riflette sul significato del territorio per i nativi e sui danni dell'industrializzazione (“And while the frontiers are ever-expanding / Our living rooms fall into disarray / And no one seems interested in fixing what they've broken / They just sweep the pieces into the bushes and slip away”). Qui Gibbard azzarda uno spoken-word e il resto della band costruisce una climax da manuale, ricordando da vicino gli Explosions in the Sky.
Una simile digressione post-rock, con risultati così eccelsi, è il segnale più evidente che, a 25 anni dalla loro formazione, i Death Cab for Cutie non solo hanno ancora qualcosa da dire, ma riescono a trovare nuove strade attraverso le quali esprimere una poetica estremamente personale.

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