Nel 1995 gli Alice In Chains vincevano premi, messi in palio dalle solite riviste di settore, quale miglior band di "rock classico"... Significava che le formule, i gusti, i punti di vista del grunge erano già stati metabolizzati a tempo di record. E l'anno dopo la morte di Kobain quella era già "musica classica".
Questa invece è (solo) una band di allora la cui musica attinge dal pop e dal rock di sempre, a partire da certa predilezione per il semiacustico, come fu ed è tutt'ora per tantissime altre bands. Vi sono poi brani che, per gusto e stile, sembrano provenire dal repertorio degli Screaming Trees, o comunque da certe grunge bands non commerciali. L'iniziale "Gammer Gerten's Needle", tutta strumentale, parla (suona) da sola. O la conclusiva "Wouldn't Change A Thing": non sono brani catchy, ma sono comunque grunge. Prendete dunque Mark Lanegan e compagni di quei tempi, passate il loro sound tra mille filtri e colini, ed ecco il suono pop di un buon pezzo di questo disco.
Grunge anche i ruggiti da cucciolo della chitarrina dentro ai ritornelli della loro hit "Breakfast At Tiffany's", canzoncina semiacustica di buone maniere. Ecco: le canzoni di "Home" e dei Deep Blue Something sono educate, cortesi, delicate, i ritornelli sono lievi anche se ci suona sotto una ritmica un po' chiassosa, e le trame delle strofe sono molto gentili, per non dire quasi banali. Però...
Le strofe di "Halo", dal ritornello ottimo per i breakfasts in qualsiasi locale, hanno trame interessanti e spesse. E poi quel suono di chitarre elettriche sembra venir fuori da un rock ancora più classico del grunge, sembra appartenere al dark dei Cure. Nella seguente "Josey" la cosa si fa ben più evidente: gli assoletti di chitarra sono piatti e continuamente echeggianti, e negli specials il vocalist ha persino il coraggio di singhiozzare le parole come Robert Smith!
Si resta agli ottanta in "A Water Prayer", che pare un pezzo dei Duran Duran dell'esordio, riarrangiato naturalmente in chiave acustica; "Song To Make Love To" pare Echo & The Bunnymen ad alta velocità (ed ancora unplugged); "Red Light" è così new wave acustica che sembra una ballad dei New Order di "Get Ready". La caleidoscopica ninnananna "Home", invece, messa nelle mani di altra gente, con ben altre ambizioni si direbbe, sarebbe stata degna di finire dentro a "The Unforgettable Fire", oppure, tutt'all'opposto, in "Mellon Collie And The Infinite Sadness". E c'è persino spazio per un ulteriore salto all'indietro, quello nel post-punk, in "Done"...
Una band dagli arrangiamenti oltremodo singolari, forse dovuti proprio ad un eccessivo desiderio di potabilità in tutte le circostanze e per tutte le utenze. Alla fine, forse perché è passata più che una decade, questo grunge smilzo, questa wave acustica, questi anni ottanta suonati da una band dei novanta, questi anni novanta suonati né plugged né unplugged, questa musica per ragazzini risulta gradevole. A condizione di non avere quel che ebbero grunge e dark: pretese.