Davvero bello questo EP degli allora Death Cult (subito dopo diventeranno semplicemente "Cult"). 4 brani e tutti splendidi, a partire dall'irresistibile cavalcata di "Brothers Grimm". Post-Punk dal piglio rock, gotico perché dai contorni e dalle atmosfere cupe, nervose e oscure, con un cantato estremamente enfatico e teatrale, bellissimo lavoro di Billy Duffy alla chitarra ed efficacissima la sezione ritmica che da un groove splendido alle quattro canzoni. Tra i Grimm e il Vietnam c'è spazio anche per la storia e la cultura dei nativi americani ("Ghost Dance" e "Horse Nation" quest'ultima tratta dal libro "Bury My Heart at Wounded Knee" che già ispirò dieci anni prima la band tedesca Gila). di più
Grazie alla mia Rosaspina! (06/12/2022)* di più
Grazie alla mia Rosaspina! (06/12/2022) di più
Grazie alla mia Rosaspina! (06/12/2022) di più
Grazie alla mia Rosaspina! (06/12/2022) di più
Grazie alla mia Rosaspina! (06/12/2022) di più
Anthony Bellina, in arte "Anthony", è un artista classe 2002 dalla provincia di Venezia. Muove i primi passi musicali con in mano una chitarra, per poi completare il repertorio con basso e infine batteria. Dal rap americano Old School all'Heavy Metal anni '80, sicuramente il Nu Metal è la base della sua ispirazione. Il suo primo disco "Nato Leone" è fuori ora in tutte le piattaforme digitali.

Spotify;
Nato Leone - Album by Anthony
 di più
Anthony Bellina, in arte "Anthony", è un artista classe 2002 dalla provincia di Venezia. Muove i primi passi musicali con in mano una chitarra, per poi completare il repertorio con basso e infine batteria. Dal rap americano Old School all'Heavy Metal anni '80, sicuramente il Nu Metal è la base della sua ispirazione. Il suo primo disco "Nato Leone" è fuori ora in tutte le piattaforme digitali. di più
Proprio bello questo disco del Dottore, non più sciamanico-tribale come i precedenti ma incentrato tutto sulla musica e sulle canzoni classiche-tradizionali della Louisiana, della sua New Orleans. Pieno recupero della tradizione quindi, nei suoni come nelle interpretazioni, tra R&B, Blues e Soul col Dottore che ci regala alcune interpretazioni strepitose, come "Mess Around" (incendiaria, pulsante, divertentissima, colma di vita come sono sempre i migliori esempi di questa musica, anche quando parlano di dolore o morte, vedi "Stagger Lee" qui "Stack-A-Lee" ma è, credo, sempre la stessa canzone) o "Iko Iko" o "Let the Good Times Roll" o ancora "Junko Partner" e altre ancora dovrei citarle quasi tutte in realtà. A voler trovare il pelino nell'uovo, mi esalta un po' meno nella parte finale ma nulla che ne infici il valore. Grande disco, per chi ama questo tipo di musica direi che è un imperdibile. Ah, sempre fantastico il Dr. John al pianoforte, semplicemente strepitoso il modo in cui lo fa danzare e saltellare. di più
Sapete che vi dico ? Ancora prima di "Spleen and Ideal" il primo vero capolavoro dei DCD è questo ep (poi finito ad allungare l'esordio omonimo). 4 canzoni 4 capolavori oh. Poi secondo me è qui che il talento autoriale di Brendan Perry esce del tutto fuori "In Power We Entrust" e soprattutto "Arcane" sono da brividi (quest'ultima con quelle note di chitarra nella parte finale... emozioni). Stupisce meno la Gerrard che già nell'esordio aveva fatto cose assurde, comunque "Carnival of Light" resta una delle mie preferite del duo. di più
La genialità di Czukay & co in una manciata di canzoni brevi, semplici e irresistibili, dal groove micidiale e con le melodie sempre un po' sghembe di Suzuki che ti si appiccicano in testa (tipo "Vitamin C" dai ma quanto è bellina ?) In più, un paio di pezzoni più lunghi dove liberare tutta la follia e dove sperimentare di più, senza rinunciare a quel tiro ipnotico e spettacolare regalato soprattutto dalla Jaki-batteria. Il disco è un capolavoro, in totale equilibrio tra sperimentazione, follia e una maggior semplicità rispetto a "Tago Mago". Dei tre con Damo alla fine è quello che riascolto più spesso. Che belli i Can(-can). di più
Disco ultra-underground del sottobosco folk/folk-rock americano degli anni '60, formato dal duo di Baltimora, Ben Syfu/George Friggs (e chi cazzo sono ? Boh, solo questo hanno fatto). Nulla che spicchi particolarmente per qualità e personalità, o per originalità, rispetto al vasto panorama folk/folk-rock di quel 1968, ma ha belle canzoni ed è un disco più che valido a mio parere. I due pezzi che mi hanno colpito di più sono "Son of Kong" e "Sundown Stick" perché, fra tutte, sono quelle dove si nota di più il debito al Buckley goodbyeandhelliano, quello più "groovy" e ritmato, per capirci, con un richiamo anche vocale del cantante che a me sembra abbastanza evidente. Una chicca è "Devil & The Aces of Spades" folk-ballad impreziosita nell'arrangiamento da belle pennellate di sax che rendono tutto più notturno, bluesy e atmosferico, forse è la canzone migliore del pacchetto. Anche "Time is Money" sarebbe un gran bel rock-soulfully ma è penalizzata dalla pessima qualità di registrazione. Per il resto, qualche vocetta e rumorino psichedelico standard, un blues sciapetto ("Down Child") un bel pezzo di folk americano più ruspante ("Alligator Man") e infine tre canzoni di quel folk acustico e dalla melodia delicata, intima e malinconica, sintetizzabile nell'opening "Little David", ricollegabile tanto al folk americano di questo tipo sia in parte alle melodie del folk barocco britannico. Bel disco. di più
Eh be, le BBC Sessions 1980-1983 dei Bauhaus, che altro dire. Grande repertorio e grandi esecuzioni (finale da brividi con "She's in Parties" ad esempio, sebbene in una versione priva della coda) ma le chicche sono ovviamente quei brani che non hanno trovato posto sugli album in studio (qualche bonus o alternative version a parte magari) come "Poison Pen" e soprattutto "Terror Couple Kill Colonel" (una delle mie preferite della band) ma anche una particolarissima gemma come "Party of the First Part" che viene da qui Party of the first part, The Devil and Daniel Mouhaus
Poi ancora la presenza di quasi tutte le loro ottime cover: "Telegram Sam" dei T. Rex, Ziggy di Bowie, la loro migliore ovvero "Third Uncle" di Eno ma anche "Night Time" degli Strangelovers (manca solo Rosegarden di Cale purtroppo). Insomma BBC Session da non perdere per chi apprezza i Bauhaus.
 di più
Una delle più brillanti opere dei R.E.M "pre-major". Perfettamente coerenti con il percorso precedente e con il loro stile ormai consolidato ma capaci, con la produzione di Gehman, di dirigersi con alcuni brani in direzioni decisamente più elettriche e roccheggianti, con la verve rock-powerpop che in parte sostituisce il nervosismo elettrico più vicino a certa wave che si affacciava in certe canzoni dei primi dischi (primo ep e "Murmur" su tutti ma non solo). Intanto, una tripletta di canzoni che sono tra le mie preferite del loro ricco repertorio: "These Days" "I Believe" e "Just a Touch", quest'ultima l'esplosione dell'anima "rock" del disco, scatenata, pulsante, martellante come il piano di Mills, irresistibile. Sono canzoni che mi esaltano, be accompagnate da altri gioielli come "Begin the Begin" o "Swan Swan H" o l'altro "rock-pop remmiano" "Hyaena". Disco vario, pieno di piccole chicche. Ti senti la più classica ballad-lullaby del gruppo ("Flowers of Guatemala") oppure una cover della band di fine '60 The Clique ("Superman", che sembra dire "Si, ci piace il pop anni '60, non ve ne eravate accorti fino ad oggi ? Ma siete scemi ?" Stipe) e infine, addirittura, qualcosa che sembra suonata da un Marc Ribot tirato dentro nel disco all'improvviso mentre stava registrando per uno qualsiasi dei dischi coevi di Tom Waits ("Underneath the Bunker" e nessuno mi toglie dalla testa che si fossero appena ascoltati "Rain Dogs", questi quattro qui). di più
Un esordio su Ep davvero molto bello, che fa squadra con quel nutrito numero di mini dischi davvero splendidi che in quegli anni spuntavano fuori come funghi. Questi sono i R.E.M. più newwaveari che si possano mai ascoltare, e lo si coglie chiaramente dal tipico nervosismo ritmico, dalla tensione nell'andamento di alcune delle cinque canzoni qui presenti (soprattutto la bellissima "1.000.000"), caratteristiche immancabili di quella parte di Wave/Post-Punk o come la si vuol chiamare; ma anche così, la strizzata d'occhio al suono Jangle, a quel chitarrismo acustico e ai padri di questo stile, giù negli anni '60, era già presente, come quel delicatissimo gusto melodico, abbastanza personale da diventare marchio di fabbrica, che in questo ep per me si esalta particolarmente con "Gardening at Night", la gemma nella gemma. Tutte e cinque le canzoni comunque sono molto belle, un perfetto riscaldamento prima di cominciare a mormorare per davvero. Belo belo. di più
Esordio acerbo quanto volete, mancante di un tassello importantissimo come Sandy Danny, ma già pieno di talento e qualità che la band del giovanissimo Richard Thompson, Simon Nicol, Ashley Hutchings, Iain Matthews ecc. dimostra in più occasioni. Coraggio e personalità nelle cover interpretate (adoro l'arrangiamento di "I don't Know Where I Stand" con quegli inserti di chitarra di Thompson e Nicol), soprattutto prese dai vari Bob Dylan, Joni MItchell... Acerbi ancora come autori tirano comunque già fuori pezzi come "Decameron" primo grandissimo pezzo della band (nel senso di "scritto da loro"). Interessanti bonus-track, "Morning Glory" dei Fairport credo sia la prima cover di un pezzo di Buckley. di più
L' arrivo di Cazzonelfiglio (brutto cognome, eh), la svolta verso l'Heavy Metal "classico" di cui loro sono assoluti portabandiera, il primo disco 100 % nello "stile Maiden". Io, però, questa musica qui, specialmente la loro, la identifico come Metal-Pop perché oh, ragazzi, gli Iron Maiden sono pop, tanto, anche nella scelta di certe melodie, di certi ritornelli, sono pop (tipo la title-track, oppure il ritornello di "The Prisoner") E questo è un divertente dischetto pop. Inoltre qui si esalta la loro teatralità, la "cattiveria da fumetto gore", i riferimenti letterari e cinematografici, le ispirazioni strutturali, stilistiche e melodiche ai Priest di Sad Wings ("Children of the Damned") e ad altri tipi di Hard-Rock/Heavy Metal dai tono eleganti e/o grandiosi (credo anche i Sabbath di "Heaven and Hell" a questo punto) ecc. La title-track, bellissimo evergreen, è la versione hard di "Thriller" di Michael Jackson praticamente (statece, c'è pure il narratore col vocione creepy, e Harris avrebbe voluto Price tra l'altro...) oppure la versione cartoon di "Black Sabbath". Pezzo migliore "Hallowed BeThy Name" ma tutto il disco è un gran divertimento. Non mi piace quanto i primi due, ma forse è il loro disco che riascolto più volentieri anche per questioni di "simpatia". di più
Si, ok, non saranno proprio il mio servizio da Tè, e non rappresentano certo lo stile e le sonorità che preferisco, ma i Toto son sempre un bel sentire e in particolare questo esordio (come anche il disco successivo) che mi piace molto, è un bel disco davvero. La loro vena pop dei momenti più ispirati e la loro indiscutibile abilità come musicisti in questo primo disco si apprezza particolarmente. Poi oh, io starei ore a sentire Jeff Porcaro suonare la batteria. Dovessi mettere in piedi un "Supergruppo del Pop" il batterista sarebbe lui, troppo facile, un fenomeno. di più
"Sitting Targets" è un gran disco, come poi tutti quelli di Hammill negli anni '80 fino al 1986, sebbene potrebbe essere considerato un disco transitorio (cosa che, in ogni caso, non ne diminuirebbe il valore) posto com'è tra quel trittico di nuove sperimentazioni sonore nel triennio '78-'80 e gli album con il K-Group. In questo disco l'interesse di Hammill per i nuovi suoni "wave" ha ormai trovato una certa compiutezza, una sicurezza stilistica che porta ad una maggiore "agilità" nelle canzoni, quantomeno rispetto alle scheletriche, disarmanti, cupe strutture di "Black Box". Naturalmente questa è la "Hammillwave" e il suo approccio alla "wave" dell'epoca è del tutto coerente con il suo credo artistico (e a volte marchiata dal timbro del sax di Jackson) e anche qui ci sono canzoni che poco concedono ad un facile primo ascolto, mai banali nella struttura, altre che invece riassumono la migliore esplosività espressiva di Hammill unita a ritmi wave-pop molto brillanti ("My Experience" "Sign" "Empress's Clothes" la splendida title-track). Il "pavimento" su cui si posano è lo stesso dei VDGG, lo stesso anche della genuinità rock viscerale di Nadir, ma riletti in chiave di una wave sui-generis. Poi ci sono pezzi più vicini al rock nadiriano ("Hesitation") delicate ballad chitarra-voce immancabili ("Ophelia") e piano-voce ("Stranger Still" che tuttavia sfocia in un marasma sonoro liquido indefinito) Compatto e vario allo stesso tempo, è davvero un disco molto bello. di più
E che devi dire dell'album coi simboli... La band spunta la casella del Blues con l'incredibile rilettura di "When the Levee Breaks", l'epica del blues. Dopo Harper omaggiano un'altra grandissima come Joni con una perla acustica del calibro di "Going to California". Ci regalano due classiconi elettrici come "Black Dog" e "Rock'n Roll" e il loro capolavoro acustico definitivo con "The Battle of Evermore" impreziosito da un duetto sublime di Plant con la mia amatissima Sandy (con tanto di simbolo proprio), regalano due brani più particolari come Misty Mountain (bella) e "Four Sticks" (con cui ho dei problemi a causa del timbro di Plant, ma ha sniffato l'elio in 'sto pezzo ?). E poi ah già... C'è quella canzone del diaulo che è malvagia e se la ascolti al contrario tutti i tuoi album si trasformano in dischi di Nek e Biagio Antonacci. di più